Al referendum in Svizzera per ridurre il canone tv ha stravinto il No. Oggi costa 335 franchi l’anno per ogni famiglia: l’iniziativa proposta dal partito di centrodestra Unione democratica voleva ridurlo a 200 franchi
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La Svizzera non tocca il canone. E, soprattutto, non ridimensiona la sua radiotelevisione pubblica. A poco più di otto anni dalla clamorosa bocciatura dell’iniziativa “No Billag”, gli elettori hanno respinto anche il nuovo tentativo di tagliare drasticamente il contributo che finanzia la SSR.
La proposta, battezzata “200 franchi bastano”, puntava a ridurre il canone radiotelevisivo dagli attuali 335 a 200 franchi annui. Il verdetto delle urne è stato netto: 61,9% di voti contrari e rifiuto in tutti i cantoni. Il risultato non include ancora completamente il Canton Friburgo, dove mancavano due comuni allo spoglio, ma anche lì il “no” è ampiamente in vantaggio.
Il rifiuto è stato particolarmente marcato nella Svizzera francese e nelle grandi città. A Basilea Città, ad esempio, il “no” ha superato il 71%. In Ticino, dove la campagna è stata più accesa, l’iniziativa ha raccolto più consensi, ma si è comunque fermata al 46,7%.
Rispetto al referendum del 2018 contro il canone, il margine del rifiuto è meno schiacciante, ma resta più ampio di quanto prevedessero molti sondaggi. Secondo il politologo Urs Bieri dell’istituto gfs.bern, uno dei fattori decisivi è stata la mobilitazione nelle aree urbane negli ultimi giorni di campagna.
Sul fronte politico, l’Unione democratica di centro ha reagito con irritazione. In un comunicato il partito ha criticato il fatto che i cittadini debbano continuare a finanziare quello che definisce “giornalismo di sinistra” con miliardi provenienti dal canone. L’UDC contesta anche l’obbligo per le imprese di pagare il contributo in base al fatturato.
Il governo federale ha già deciso una riduzione del canone da 335 a 300 franchi entro il 2029, una misura che per i promotori dell’iniziativa rappresenta almeno un risultato parziale. I principali partiti, quasi tutti schierati per il “no”, parlano di una conferma del ruolo del servizio pubblico.
Oggi il canone radiotelevisivo, riscossa dalla società Serafe per conto della Confederazione, ammonta a 335 franchi l’anno per nucleo familiare. Pagano anche le imprese, in base al fatturato. Il gettito complessivo supera 1,4 miliardi di franchi annui: circa il 90% va alla SSR, che copre con il canone oltre l’80% del proprio budget. Il resto finanzia una quarantina di emittenti locali e l’agenzia di stampa Keystone-ATS, per un totale di circa 86 milioni di franchi destinati al servizio pubblico regionale.
L’iniziativa bocciata voleva ridurre il contributo a 200 franchi e abolire completamente il pagamento per le aziende, mantenendo però invariati i fondi destinati ai media privati e alle regioni linguistiche.
Gli elettori hanno scelto un’altra strada. Meno rivoluzione, più continuità. In Svizzera, almeno per ora, il servizio pubblico resta un bene da difendere. Anche pagando il conto.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)