Misteri d’Italia: una nuova pista per il delitto di via Poma


C’è un nuovo sospettato per il delitto di via Poma, a Roma, del 7 agosto 1990: per i Carabinieri a uccidere Simonetta Cesaroni sarebbe stato il figlio del portiere Pietro Vanacore

simonetta cesaroni

Si torna a parlare del delitto di via Poma, un giallo che ha tenuto banco in Italia per tantissimi anni, tra colpi di scena e indagini partite col piede sbagliato. Ma chi ha ucciso veramente Simonetta Cesaroni? Il caso non è stato mai risolto in oltre trent’anni di indagini ed è stato spunto anche per serie tv e libri: i sospettati furono prima il portiere del palazzo di via Poma, Pietro Vanacore (fermato tre giorni dopo il delitto e rimasto quasi un mese in carcere), poi il datore di lavoro e infine Raniero Busco, l’allora fidanzato della vittima. Nessuno alla fine venne inchiodato dalle indagini. Ora, a quasi 35 anni da un delitto che avvenne il 7 agosto del 1990, emerge una nuova pista.

I Carabinieri, infatti, che negli ultimi due anno hanno lavorato a una serie di nuove indagini sulla base di un esposto presentato appunto due anni fa dalla famiglia di Simonetta, hanno portato alla Procura un nuovo sospettato: il figlio del portiere Vanacore. Mario Vanacore all’epoca dei fatti aveva 30 anni, era sposato e aveva una figlia di 2 anni. Oggi ha 64 anni e gestisce una ditta a Torino. Si dice innocente e ha raccontato, in un’intervista a La Stampa, come si svolse quella giornata rimasta indelebilmente scolpita nella sua memoria. Ma respinge ogni accusa, parla di persecuzione verso la sua famiglia (“Ce l’hanno con noi”) e assicura di “aver visto Simonetta solo da morta“.

A fare tanto scalpore oggi è questa nuova risultanza investigativa racchiusa in una informativa consegnata alla Procura di Roma, dove però pare ci sia molto scetticismo verso l’ipotetica nuova pista. Tanto che lo scorso 13 dicembre è stata chiesta l’archiviazione del fascicolo. Secondo i magistrati, le nuove risultanze “non consentono di superare le forti perplessità sulla reale fondatezza del quadro ipotetico tracciato”. Per questo,

A rendere questa vicenda contorta e clamorosa, a livello di opinione pubblica, è stato anche il suicidio di Pietro Vanacore, lo stabile accusato ma poi scagionato, che avvenne nel 2020: dal delitto erano passati 20 anni e l’uomo si suicidò a pochi giorni da un’udienza in cui avrebbe dovuto comparire come testimone nel processo a Raniero Brusco. Si lasciò annegare e scrisse su un biglietto: “20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”.

Quanto alle nuove accuse messe insieme dai Carabinieri verso il figlio del portiere, Mario, l’uomo secondo l’accusa sarebbe entrato nello stabile di via Poma il pomeriggio del 7 agosto del 1990. Avrebbe trovato negli uffici Simonetta Cesaroni (che faceva segretaria) e qui, dopo averla trascinata nella stanza del direttore, avrebbe prima cercato di violentarla e poi l’avrebbe prima colpita con un violento pugno e poi uccisa con 29 coltellate.

Vanacore, oggi 64enne, ha raccontato a La Stampa che quel giorno lui era arrivato a Roma con la moglie e la figlia. Avevano viaggiato di notte, per evitare il caldo. E nel pomeriggio spiega di essere andato a dormire dopo un pranzo con i genitori. Ripercorre, poi, la trafila dell’allarme: in serata vennero infatti subito a bussare alla loro porta (visto che il padre faceva il portiere) per andare a cercare la ragazza all’interno degli uffici. Il padre in quel momento non era in casa. Dopo un’iniziale diffidenza della madre (oggi Mario della madre che “non aveva riconosciuto nessuno e non si fidava”), vanno a cercare la ragazza. E Mario Vanacore ricorda che fu proprio lui a vedere per primo il cadavere, nella stanza del direttore, insieme al fidanzato Raniero Busco. Dice di non ricordare di aver visto molto sangue (“era buio”), ma anche che non dimenticherà mai l’odore sentito in quella stanza.

FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)