Acqua radioattiva di Fukushima in mare: Greenpeace attacca il Giappone


Greenpeace attacca per le operazioni di scarico dell’acqua radioattiva della centrale nucleare di Fukushima Daiichi nell’Oceano Pacifico

Fukushima, Giappone

Greenpeace Giappone critica l’inizio alle operazioni di scarico dell’acqua radioattiva della centrale nucleare di Fukushima Daiichi nell’Oceano Pacifico. Secondo l’associazione ambientalista, questa decisione ignora le prove scientifiche, viola i diritti umani delle comunità che vivono in Giappone e nella regione del Pacifico e non è conforme al diritto marittimo internazionale. Ignora infine anche le preoccupazioni delle persone, incluse quelle dei pescatori.

Il governo giapponese e la Tokyo Electric Power Company (TEPCO), l’azienda privata che gestisce la centrale nucleare dismessa, affermano il falso sostenendo che non c’è alternativa alla decisione di scaricare le scorie radioattive nell’oceano e che è un passo necessario per procedere allo smantellamento (o decomissioning) definitivo della centrale. Secondo Greenpeace, si tratta di un’ulteriore dimostrazione del fallimento del piano di smantellamento della centrale di Fukushima Daiichi distrutta dal terremoto del 2011. Nei prossimi anni, altre decine di migliaia di tonnellate di acqua contaminata continueranno infatti ad accumularsi senza alcuna soluzione efficace.

«Siamo profondamente delusi e indignati per l’annuncio del governo giapponese di rilasciare nell’oceano acqua contenente sostanze radioattive. Questa decisione è stata presa nonostante le preoccupazioni sollevate dai pescatori, dai cittadini, dai residenti di Fukushima e dalla comunità internazionale, soprattutto nella regione del Pacifico e nei Paesi vicini», afferma Hisayo Takada, project manager di Greenpeace Giappone.

Il 3 agosto 2023 risultavano stoccati nei serbatoi 1.343.227 metri cubi di acque reflue radioattive, ma a causa del fallimento della tecnologia di trattamento ALPS (Advanced Liquid Processing System), circa il 70% di queste acque dovrà essere nuovamente trattato. Diversi scienziati hanno avvertito che i rischi radiologici derivanti dal rilascio di acqua contaminata non sono stati completamente valutati e che gli impatti biologici degli elementi radioattivi che saranno scaricati in mare (trizio, carbonio-14, stronzio-90 e iodio-129) sono stati ignorati. Si oppone allo sversamento dell’acqua contaminata anche l’U.S. National Association of Marine Laboratories (NAML), che riunisce un centinaio di istituzioni scientifiche americane che si occupano di ambiente marino, secondo cui il piano proposto «è una questione transfrontaliera e transgenerazionale che pone preoccupazioni per la salute degli ecosistemi marini e delle persone che da essi dipendono».

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) ha approvato i piani di rilascio dell’acqua contaminata ma non ha indagato sul funzionamento del sistema di trattamento ALPS e ha completamente ignorato i detriti di combustibile altamente radioattivi che si sono fusi e che continuano ogni giorno a contaminare le falde acquifere (quasi 1.000 metri cubi ogni dieci giorni). Inoltre, il piano di rilascio dell’acqua contaminata non ha incluso una completa valutazione di impatto ambientale, come richiesto dagli obblighi legali internazionali, dato che esiste il rischio di significativi danni transfrontalieri ai Paesi vicini. Anche se l’IAEA non ha il compito di proteggere l’ambiente marino globale, non dovrebbe incoraggiare uno Stato a violarlo.

Gli Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, così come i relatori speciali delle Nazioni Unite, si sono opposti e hanno criticato i piani di rilascio del Giappone.

I piani di scarico dell’acqua contaminata ignorano inoltre la rivoluzionaria risoluzione 48/13 del Consiglio per i diritti umani, che nel 2021 ha sancito il diritto ad avere un ambiente pulito, sano e sostenibile. Inoltre, il Giappone non ha rispettato i suoi obblighi legali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite per il Diritto del Mare (UNCLOS) per proteggere l’ambiente marino, compreso l’obbligo legale di condurre una valutazione di impatto ambientale completa degli scarichi nell’Oceano Pacifico, dato il rischio di significativi danni transfrontalieri ai Paesi vicini.

«Invece di impegnarsi in un dibattito onesto, il governo giapponese ha optato per una falsa soluzione – decenni di deliberato inquinamento radioattivo dell’ambiente marino – in un periodo in cui gli oceani del mondo stanno già affrontando stress e pressioni immensi. Questo è un oltraggio che viola i diritti umani delle persone e delle comunità di Fukushima e di altre prefetture vicine e della più ampia regione dell’Asia-Pacifico», afferma Shaun Burnie, specialista nucleare senior di Greenpeace East Asia.