Caporalato all’estero, il 20% dei prodotti importati non rispetta i lavoratori

Dal riso vietnamita alle conserve cinesi: sulle nostre tavole il frutto di lavoro forzato, minorile e insalubre

caporalato estero
Focus sul caporalato all’estero nel quinto Rapporto Agromafie 2017

ROMA – Un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia dall’estero non rispetta le normative in materia di tutela dei lavoratori, a partire da quella sul caporalato, vigenti nel nostro Paese.

Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana a quella africana in vendita nei supermercati italiani fino ai fiori del Kenya, la lista è lunga. A redigerla è la Coldiretti nel quinto Rapporto Agromafie 2017 elaborato con Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.

Il dossier continene un focus specifico dedicato al caporalato nel piatto, con l’esposizione degli alimenti più a rischio presenti sugli scaffali.

Si stima che siano coltivati o allevati all’estero oltre il 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia, con un deciso aumento negli ultimi decenni delle importazioni da Paesi extracomunitari dove non valgono gli stessi diritti sociali dell’Unione Europea.

Riso, conserve di pomodoro, olio d’oliva, ortofrutta fresca e trasformata, zucchero di canna, rose, olio di palma sono solo alcuni dei prodotti stranieri che arrivano in Italia e che sono spesso il frutto di un ‘caporalato invisibile’.

Un fenomeno che passa inosservato solo perché avviene in Paesi lontani, dove viene sfruttato il lavoro minorile, che riguarda in agricoltura circa 100 milioni di bambini secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), di operai sottopagati e sottoposti a rischi per la salute, di detenuti o addirittura di veri e propri moderni ‘schiavi’.

E tutto questo accade nell’indifferenza delle istituzioni nazionali ed europee che, anzi, spesso alimentano di fatto il commercio dei prodotti ottenuti con lo sfruttamento tramite agevolazioni o accordi privilegiati per gli scambi che avvantaggiano solo le multinazionali.

Un esempio è rappresentato dalle importazioni di conserve di pomodoro dalla Cina al centro delle critiche internazionali per il fenomeno dei laogai, i campi agricoli lager che secondo alcuni sarebbero ancora attivi, nonostante l’annuncio della loro chiusura.

Nel 2016 sono aumentate del 43% le importazioni di concentrato di pomodoro dal Paese asiatico che hanno raggiunto circa 100 milioni di chili, pari a circa il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente.

In questo modo, c’è il rischio concreto che il concentrato di pomodoro cinese, magari coltivato da veri e propri ‘schiavi moderni’, venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza.

Un problema che riguarda anche il riso straniero i cui arrivi in Italia hanno raggiunto il record nel 2016. L’aumento varia dal +489% per gli arrivi dal Vietnam al +46% dalla Thailandia per effetto dell’introduzione da parte dell’Ue del sistema tariffario agevolato per i Paesi che operano in regime EBA (Tutto tranne le armi) a dazio zero.

Un regalo alle multinazionali del commercio che sfruttano gli agricoltori locali, i quali subiscono peraltro lo sfruttamento del lavoro anche minorile e danni alla salute e all’ambiente provocati dall’impiego intensivo di prodotti chimici vietati in Europa.

Rilevanti sono anche le importazioni di nocciole dalla Turchia sulla quale pende l’accusa per lo sfruttamento del lavoro delle minoranze curde, ma il problema dello sfruttamento riguarda anche le rose dal Kenya per il lavoro sottopagato e senza diritti, i fiori dalla Colombia dove è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile o la carne dal Brasile dove è stato denunciato il lavoro minorile.

Le banane sono il terzo frutto più consumato in Italia, ma su quelle che vengono dall’Ecuador sono stati segnalati trattamenti chimici fuorilegge in Europa, mentre lo zucchero di canna, divenuto di gran moda, viene ottenuto in Bolivia in piantagioni dove si segnala l’abuso di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro.

Ma ci sono trattative in corso anche per i prodotti frutticoli con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) dove non ci sono le stesse norme di tutela di lavoro vigenti in Italia. L’Argentina, che è nella lista nera del dipartimento di Stato americano per lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di aglio, uva, olive, fragole, pomodori, ha aumentato le esportazioni di prodotti ortofrutticoli in Italia del 17% nel corso del 2016.

O ancora l’Egitto con le importazioni di ortofrutta in Italia che sono aumentate del 20% nel 2016 rispetto all’anno precedente raggiungendo i 100 milioni di euro.  Le fragole dell’Egitto sono indicate dal sistema di allarme rapido UE (RASFF) tra i cibi più contaminati per residui chimici, con le melagrane che superano i limiti in un caso su tre (33%).

Un caso a parte è quello delle importazioni di olio di palma ad uso alimentare che in Italia sono più che raddoppiate negli ultimi 20 anni raggiungendo nel 2016 circa 500 milioni di chili.

Uno sviluppo enorme che sta portando al disboscamento di vaste foreste senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione e naturalmente le condizioni di sfruttamento del lavoro delle popolazioni locali private di qualsiasi diritto.

Il caporalato nel piatto

Ecco alcuni tra i prodotti più importati in Italia che sono frutto del caporalato.

  • Il concentrato di pomodoro dalla Cina dove è stato denunciato il lavoro forzato dei detenuti.
  • Il riso basmati dal Vietnam dove sono stati segnalati lavoro minorile e sfruttamento.
  • Le nocciole dalla Turchia sotto accusa per lo sfruttamento delle minoranze (Curdi).
  • Le rose dal Kenya per il lavoro sottopagato e senza diritti.
  • Le fragole dall’Egitto dove è a rischio la salute sul lavoro per l’uso di prodotti chimici fuorilegge in Europa.
  • I fiori dalla Colombia dove è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile.
  • La canna da zucchero dalla Bolivia dove si segnala l’abuso di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro.
  • La carne dal Brasile dove sono stati denunciati lavoro minorile e sfruttamento.
  • L’aglio dall’Argentina dove sono stati segnalati lavoro minorile e sfruttamento.
  • Le banane dall’Ecuador dove vengono effettuati, con mezzi aerei, trattamenti a base di prodotti chimici fuorilegge in Europa.