L’esposizione prenatale a ocrelizumab e ofatumumab, due tra le più efficaci terapie modificanti la malattia (DMT) per la sclerosi multipla (SM), non è associata a un aumento del rischio di complicanze in gravidanza
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Un crescente corpo di evidenze suggerisce che l’esposizione prenatale a ocrelizumab e ofatumumab, due tra le più efficaci terapie modificanti la malattia (DMT) per la sclerosi multipla (SM), non sia associata a un aumento del rischio di complicanze in gravidanza. I nuovi dati, presentati al Consortium of Multiple Sclerosis Centers (CMSC) 2026 Annual Meeting, indicano che gli esiti materni e fetali rimangono sovrapponibili ai tassi attesi nella popolazione generale e nei gruppi di controllo non esposti.
Secondo Kristen M. Krysko, neurologa e docente all’Università di Toronto, il registro dedicato a ocrelizumab — avviato nel 2017 e mantenuto da Roche — rappresenta oggi “il più ampio dataset mai raccolto sugli esiti di gravidanza dopo esposizione a una terapia ad alta efficacia per la SM”. Il database comprende 5095 gravidanze, di cui 1309 con esposizione nota e con esiti documentati. La maggior parte delle donne aveva una SM recidivante-remittente, con età mediana di 32 anni.
L’esposizione era definita come trattamento con ocrelizumab nei tre mesi precedenti l’ultima mestruazione o durante la gravidanza. Le pazienti che avevano sospeso il farmaco prima del concepimento costituivano il gruppo di controllo. Nella maggior parte dei casi, l’esposizione avveniva prima che la gravidanza fosse riconosciuta; meno del 15% delle donne riceveva il farmaco dopo la conferma della gestazione, prevalentemente nel primo trimestre, e meno del 2% nel periodo successivo.
I tassi di nati vivi erano sovrapponibili tra esposte (87%) e non esposte (89,8%), entrambi superiori al tasso epidemiologico di riferimento, inferiore all’80%. Non emergevano differenze rilevanti tra le donne trattate prima del riconoscimento della gravidanza (85,8%) e quelle esposte dopo la conferma (89,5%). Anche la distribuzione tra parti a termine e pretermine risultava simile nei vari gruppi.
Le anomalie congenite maggiori erano rare, inferiori al 3%, e non superiori ai tassi attesi nella popolazione generale. Altre complicanze — gravidanze ectopiche, aborti terapeutici o elettivi, aborti spontanei tardivi, nati morti — si collocavano su livelli analoghi ai controlli e ai dati epidemiologici.
Per i ricercatori, questi risultati contribuiscono a “rafforzare un dialogo informato sulla pianificazione familiare tra clinici e donne con SM, bilanciando i rischi potenziali per il feto con l’importanza del controllo della malattia materna”.
Ofatumumab: risultati sovrapponibili nel registro PRIM
Un’analisi parallela, condotta sul registro PRIM e presentata da Riley Bove, neurologa dell’Università della California a San Francisco, ha valutato 906 gravidanze con esposizione a ofatumumab, utilizzando la stessa definizione temporale di esposizione.
Anche in questo caso, gli esiti materni e fetali risultavano “in linea con i tassi attesi nella popolazione generale”. I dati completi sono al momento disponibili per circa un terzo delle pazienti, ma i risultati preliminari rimangono coerenti e rassicuranti.
La maggior parte delle esposizioni avveniva nel primo trimestre; solo lo 0,3% si verificava più avanti nella gestazione. Tra i casi con esito noto, il 77,6% si concludeva con un nato vivo, il 65,6% con un parto a termine e il 7,8% con un parto pretermine. Le gravidanze ectopiche rappresentavano lo 0,9%, gli aborti spontanei il 14,2% e le anomalie congenite maggiori l’1,7%.
Gli esiti rimanevano entro i limiti attesi anche nel gruppo di donne che aveva sospeso ofatumumab più di tre mesi prima del concepimento, pari all’11% del database.
Dati incoraggianti, ma ancora non conclusivi
Sebbene i due registri non consentano conclusioni definitive — mancano gruppi controllati randomizzati e il follow-up non è sempre completo — i risultati affrontano una delle preoccupazioni più rilevanti per le donne con SM in età fertile. Come ricordato da Bove, una donna con SM su tre concepisce dopo la diagnosi, e la popolazione femminile in età riproduttiva è sovrarappresentata nella malattia.
Entrambi i registri stanno crescendo rapidamente grazie alla raccolta globale dei dati, ampliando progressivamente la solidità delle analisi.
Commento finale
La sicurezza dei farmaci per la sclerosi multipla in gravidanza è particolarmente importante per diverse ragioni.
Innanzitutto, la sclerosi multipla colpisce prevalentemente donne giovani, spesso tra i 20 e i 40 anni, cioè proprio negli anni della vita in cui molte progettano una gravidanza o potrebbero avere gravidanze non programmate.
Per molti anni le donne con SM si sono trovate di fronte a un dilemma difficile: sospendere la terapia per proteggere il feto, con il rischio di una riattivazione della malattia, oppure continuare il trattamento senza avere dati sufficienti sulla sicurezza in gravidanza.
Oggi sappiamo che mantenere la malattia sotto controllo è fondamentale perché:
- le ricadute possono provocare disabilità neurologica permanente;
- un’elevata attività di malattia prima o durante la gravidanza può avere conseguenze importanti sulla salute materna;
- il periodo post-partum è associato a un aumento del rischio di riacutizzazioni.
Nel caso specifico di farmaci ad alta efficacia come ocrelizumab e ofatumumab, la questione è ancora più rilevante perché queste terapie consentono un controllo molto efficace della malattia e sono sempre più utilizzate nelle donne in età fertile. Disporre di dati rassicuranti sugli esiti di gravidanza permette ai neurologi e alle pazienti di pianificare il concepimento con maggiore serenità, evitando interruzioni terapeutiche non necessarie e riducendo il rischio di una ripresa dell’attività della SM.
Fonte:
Consortium of Multiple Sclerosis Centers (CMSC) 2026 Annual Meeting, Charlotte NC