Eisenkot ha vari modi per destituire Netanyahu, tutti molto complicati. Il mandato è una cosa, andare davvero al governo un’altra: l’analisi del Jerusalem Post
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Sessantasette deputati a favore, contro i 46 di Netanyahu: il sostegno raccolto da Gadi Eisenkot nelle consultazioni fa sì che domenica il presidente Isaac Herzog gli affiderà quasi certamente l’incarico di formare il nuovo governo israeliano. Ma un mandato non è una maggioranza, e come sottolinea in un’analisi il Jerusalem Post, il panorama delle possibilità è ancora frastagliatissimo.
Il partito di Eisenkot, Yashar, con 21 seggi è la prima forza fuori dall’area del premier. Guida un’alleanza di quattro formazioni sioniste, il cosiddetto blocco del cambiamento, che somma 48 seggi e ne richiede almeno altri 13, oppure l’astensione di un numero sufficiente di deputati per ottenere una maggioranza relativa. Il tempo a disposizione è di 28 giorni, prorogabili di 14; poi tocca a un altro candidato o si torna al voto, con Netanyahu ancora in carica.
La prima strada passa per i partiti ultraortodossi. United Torah Judaism ha comunicato a Herzog che non appoggerà alcuno dei due candidati, incrinando la storica alleanza con il premier, e ha subordinato il proprio sostegno a concessioni sulla leva, sanzioni comprese. Con i suoi 7 seggi potrebbe consentire a Eisenkot la maggioranza relativa, se gli arabi si astenessero. Avigdor Lieberman, per anni avversario degli haredim, ha scritto di dover “mostrare flessibilità e scendere a compromessi”. Ma lo stesso Lieberman esclude governi di minoranza, e a quel punto servirebbe anche Shas, legato a Netanyahu da Aryeh Deri e finora immobile. Contano poi le promesse elettorali: ogni leader del blocco aveva giurato di non governare con i partiti haredi, e dentro la coalizione Dan Illouz ha già avvertito che “non possiamo rinunciare a una legge sulla coscrizione”.
La seconda via richiederebbe i 19 seggi di Ra’am e della Lista Unita: il sostegno attivo del primo, più moderato e già in maggioranza nel 2021, e almeno l’astensione della seconda, che si è detta pronta a una cooperazione inedita. Anche qui l’ostacolo è interno. Lieberman ha scritto: “Non dobbiamo formare un governo che si basi sull’astensione della Lista Unita e di Ra’am”, e diversi parlamentari ammettono disagio all’idea di sedere con partiti che parte dell’opinione pubblica ebraica considera ostili al progetto sionista. Eisenkot stesso, a fine settembre, aveva detto che Ra’am non soddisfaceva le sue condizioni, a partire dal riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica. E su questo punto è stato terribilmente chiaro Isaac Herzog, il leader di Ra’am, che nelle consultazioni ha rifiutato i “test di lealtà”, invocando la sicurezza personale e il disarmo di tutte le fazioni armate.
Resta l’ipotesi di un governo di unità nazionale con Netanyahu, che tutti i leader del blocco dicono di scartare. Eisenkot ha parlato di “governo nazionale di emergenza” fondato sui quattro partiti e su quattro principi, dal carattere ebraico e democratico dello Stato al servizio obbligatorio. Ma se nessuno dei due schieramenti riuscisse a governare, Netanyahu resterebbe premier: un’intesa implicherebbe quindi una rotazione, e le aperture agli ultraortodossi sono lette da alcuni come una mossa per indebolirne la posizione negoziale, scrive ancora il Jerusalem Post
L’incarico, insomma, è la parte semplice. Ogni via verso i 61 seggi passa per una promessa da rinnegare. Nonostante l’entusiasmo intorno a Eisenkot, nessuna strada appare agevole. Il mandato è un primo passo: formare il governo sarà molto più difficile.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)