Accessibility monitor, lo strumento che scova le barriere architettoniche presenti nel mondo digitale


Sitiaccessibili.it presenta Accessibility Monitor, l’osservatorio che registra l’evoluzione dell’accessibilità di siti, web app, mobile app e servizi digitali

accessibility monitor

Esiste il debito pubblico, quello privato, quello finanziario. Nel mondo del software si parla da tempo anche di “debito tecnico”. Ma aziende ed enti possono accumulare un altro debito, meno evidente e destinato a crescere a ogni aggiornamento: il debito di accessibilità.

Si forma quando nuovi contenuti, documenti, plugin, funzionalità e servizi esterni introducono barriere che rendono un sito più difficile, se non impossibile, da utilizzare. Riguarda le persone con disabilità visive, uditive, motorie o cognitive, ma anche chi vive una situazione di dislessia, daltonismo o epilessia fotosensibile. Le stesse barriere possono penalizzare anche chi attraversa una difficoltà temporanea, basta un braccio ingessato, oppure naviga in condizioni sfavorevoli, per esempio sotto una luce intensa o senza poter ascoltare un contenuto audio, ad esempio in metropolitana tra tante persone per rendere un’esperienza inaccessibile.

Un sito può quindi risultare accessibile oggi e non esserlo più tra qualche mese. Basta pubblicare una landing page costruita con un nuovo template, cambiare il colore di un pulsante, caricare un PDF privo di struttura, aggiungere un video senza sottotitoli o integrare un modulo non utilizzabile tramite tastiera.

Per rendere visibile e governabile questo fenomeno, Sitiaccessibili.it presenta Accessibility Monitor, l’osservatorio che registra l’evoluzione dell’accessibilità di siti, web app, mobile app e servizi digitali.

“Il concetto che sta dietro ad Accessibility Monitor – precisa Donato Matturro, CEO di Sitiaccessibili.it – riprende quello di technical debt, utilizzato nello sviluppo software per descrivere le conseguenze prodotte da interventi rimandati, soluzioni temporanee e scelte che non tengono sufficientemente conto della manutenzione futura. Anche una barriera digitale non risolta rimane nel sistema. Può essere replicata, sommarsi ad altre criticità e diventare progressivamente più complessa da correggere. Dal 28 giugno 2025, inoltre, il D.Lgs. 82/2022, che recepisce lo European Accessibility Act, impone specifici requisiti di accessibilità a determinati prodotti e servizi digitali. Mantenere nel tempo il livello raggiunto diventa quindi anche una questione di conformità normativa per le organizzazioni interessate e non solo di posizionamento reputazionale”.

Il debito di accessibilità comprende, per esempio componenti non accessibili riutilizzati in più pagine, documenti e PDF non compatibili con le tecnologie assistive, immagini prive di alternative testuali significative, moduli non navigabili tramite tastiera, video senza sottotitoli, contenuti pubblicati senza una struttura semantica corretta, servizi esterni integrati senza verificarne l’accessibilità.

Il problema non nasce soltanto nel codice, ma può essere introdotto durante la progettazione grafica, nella produzione dei contenuti, nella scelta dei fornitori o nella gestione quotidiana del sito o dell’app in maniera del tutto inconsapevole dall’azienda.

“Dopo un audit – aggiunge Donato Matturro – si tende a pensare che il lavoro sia concluso. In realtà, da quel momento l’asset digitale continua a cambiare perché ogni nuova pagina, documento o funzione può introdurre una barriera. Il debito di accessibilità cresce proprio quando questi cambiamenti non vengono verificati e documentati”.

Un audit fotografa il presente, ma non garantisce il futuro; consente di individuare gli ostacoli presenti in un determinato momento e di stabilire le priorità di intervento, ma non può garantire che il sito o l’app rimangano accessibili dopo le modifiche successive. Per le aziende e gli enti soggetti alla normativa, il rischio di segnalazioni e verifiche da parte dell’Agenzia per l’Italia Digitale, AgID è molto concreto.

Ma quando aumenta il rischio di ritrovarsi un debito di accessibilità? “Un esempio di momento topico – continua Donato Matturro – è il redesign di un sito ma anche il passaggio a un nuovo CMS. Le persone pensano di portare avanti la propria azienda e, dal punto di vista grafico, per esempio può essere vero, ma può non esserlo dal punto di vista dell’accessibilità. La manutenzione costante dell’accessibilità di un e-commerce è fondamentale per garantire la facilità d’uso della piattaforma e del flusso di acquisto, con vantaggi diretti sulle conversioni e dunque sulle vendite: è per questo che l’accessibilità va considerata ogni volta che siano necessari cambiamenti tecnici, aggiunta di plug-in o nuovi sistemi di pagamento”.

Anche i controlli automatici, pur utili, non sono sufficienti: possono rilevare alcune categorie di errore, ma non stabiliscono sempre se una persona riesca realmente a completare un acquisto, compilare una domanda, effettuare un pagamento o richiedere assistenza utilizzando uno screen reader o un’altra tecnologia assistiva.

La memoria del percorso di accessibilità. Accessibility Monitor nasce per documentare nel tempo ciò che accade dopo l’audit. L’osservatorio raccoglie i test eseguiti, i report prodotti, gli interventi di remediation e le verifiche successive, permettendo di distinguere le criticità risolte dalle attività ancora aperte. Conserva inoltre la dichiarazione di accessibilità, il modello di autovalutazione, i percorsi di formazione completati e gli obiettivi futuri dell’organizzazione.

Non si limita, quindi, a mostrare il numero di errori individuati da un software, ma restituisce l’avanzamento del lavoro attraverso valutazioni umane e test con tecnologie assistive.

“Se l’audit è una fotografia – conclude Donato Matturro – Accessibility Monitor permette di seguire il film. L’organizzazione può sapere da dove è partita, che cosa ha corretto, quali verifiche sono state svolte e quali interventi restano ancora da completare. In questo modo conserva la memoria del percorso e non deve ricominciare ogni volta da zero. La domanda che ogni azienda deve porsi non è se il sito è, in quel momento accessibile, ma come può continuare ad esserlo”.

Monitorare costa meno che rincorrere. Individuare una barriera appena introdotta consente di intervenire prima che venga replicata in numerose pagine o procedure. Quindi, prima che si formi il “debito di accessibilità”.

Un componente accessibile può diventare un modello da riutilizzare. Una regola editoriale condivisa può impedire la pubblicazione di nuovi documenti non accessibili, mentre la formazione permette a chi gestisce il sito di evitare la ripetizione degli stessi errori. Il percorso diventa quindi ciclico: audit, definizione delle priorità, remediation, monitoraggio, verifica e nuovi obiettivi. L’obiettivo non è soltanto ridurre il numero di errori tecnici, ma permettere alle persone di utilizzare concretamente un servizio digitale mentre continua a evolvere.