Dubrazil, Tokyo & Kaio tra fede, strada e riscatto in “Dio con me”


Prodotto da keyoshin e guidato dal management di Jake La Furia e MAVE MGMT, il nuovo singolo di Dubrazil con Tokyo & Kaio declina la matrice sudamericana e la cassa da club in una preghiera di strada

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Non serve essere santi per cercare Dio. E Dubrazil, Tokyo e Kaio non provano nemmeno a sembrarlo. In “Dio con me”, il nuovo singolo scritto dai tre artisti e prodotto da keyoshin in uscita venerdì 9 ottobre, la fede non è una conseguenza del pentimento e non cancella gli errori, ma sta lì, nel mezzo, tra ciò che si è fatto e ciò che si vorrebbe essere, tra la paura e l’incoscienza, tra la sensazione di aver perso il controllo e quella, opposta, che qualcuno continui comunque a vegliare dall’alto.

Il tutto su un baile funk che evita di cambiare faccia per parlare di Dio: la produzione resta serrata, creata per colpire sul piano ritmico sin dal primo ascolto; eppure, in una traccia pensata per i club, si apre una domanda che con i club ha apparentemente poco a che fare: come si continua a credere quando non ci si sente affatto santi?

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Per Dubrazil, “Dio con me” segna soprattutto un passaggio di maturità espressiva ed autorale. Dopo aver pubblicato “Dudu” per definire il punto d’incontro tra le proprie radici brasiliane e un percorso artistico cresciuto nella scena rap italiana, l’artista fa qualcosa di più interessante che replicarne l’impianto, mantenendo la stessa matrice e cambiando completamente ciò che le affida. Una mossa che permette al baile funk di non essere più un genere da presentare o rivendicare, ma lo strumento naturale attraverso cui l’artista può parlare di qualunque cosa viva. Anche di fede. Anche delle proprie paure. Anche degli errori che non intende nascondere. È questo, più di qualsiasi autodichiarazione, definizione o etichetta, il passaggio che distingue un’identità musicale da un semplice tratto stilistico o marchio sonoro, perché mostra, senza bisogno di affermarlo esplicitamente, che non basta avere un suono d’appartenenza: bisogna saperlo usare per raccontare cose diverse senza perdere sé stessi.

Se “Dudu” raccontava da dove viene, “Dio con me” comincia dunque a mostrare quanto può essere ampio il territorio che Dubrazil può occupare senza smarrirsi.

Il brano nasce in studio da una sessione condivisa, lontano dall’idea di una collaborazione assemblata a posteriori attorno ai nomi coinvolti. Dubrazil, Tokyo e Kaio si trovano nello stesso spazio creativo, scrivono insieme e lasciano che il pezzo prenda forma sulla produzione di keyoshin. Un’intesa immediata e spontanea in cui ogni voce contribuisce fin dall’inizio all’attitudine e alla direzione del pezzo.

Tokyo arriva a “Dio con me” nel momento più importante del proprio percorso. A pochi giorni dall’uscita del debut album “MARIA”, pubblicato il 25 settembre per Oyster Music, il suo nome ha smesso di essere associato soltanto alla promessa per entrare in una fase di piena definizione. Prima artista firmata dalla nuova realtà di Shablo e Guè, il debut album la mette fianco a fianco con i due pesi massimi della scena rap italiana e segna il momento in cui smette definitivamente di essere raccontata come un nome da tenere d’occhio, mettendo a fuoco, forse per la prima volta in modo così netto, il proprio posto in quella scena.

L’incontro con Dubrazil e Kaio – reduce dall’EP “QUE VIDA” – mette insieme tre voci della nuova leva urban in una scrittura a sei mani che parte dalla sessione e non dal calcolo dei nomi. Il pezzo viene prima della strategia, e si sente.

A unire le tre scritture è anche la relazione con la fede. Il rapporto tra rap e religione, del resto, non nasce oggi. Fin dalle sue origini, l’hip hop ha convissuto con riferimenti a Dio, peccato, colpa, redenzione e salvezza, spesso senza trovare una vera conciliazione. Da DMX a Tupac, fino a Kanye West e Kendrick Lamar, la fede è entrata nelle barre non soltanto come credo personale, ma come confronto con l’errore, la violenza, la paura, il senso di colpa e la possibilità di essere perdonati. In “Dio con me”, tutto questo passa attraverso la cassa percussiva del baile funk e trova la propria sintesi in una riga: «Al collo ho una croce, mi protegge anche se sa che faccio brutte cose».

Il simbolo religioso rimane addosso anche durante la resa dei conti con le scelte sbagliate. E con quel «per fortuna c’è sempre Dio con me», la distanza tra la condotta quotidiana e la fede resta esattamente dov’è, aperta e visibile. La figura divina si manifesta all’interno del percorso insieme all’errore, senza pretendere di sanare le contraddizioni di chi canta. Dio non compare quindi come premio alla fine di un percorso di redenzione, ma come presenza che continua a esistere insieme all’errore.

Un banger che intercetta un modo di vivere la fede lontano da ogni pretesa di purezza, con un’impostazione che smantella la consueta parabola della redenzione: non c’è un passato da rinnegare né una condotta finalmente lineare, e viene meno persino la necessità di assolversi. La traccia guarda in faccia la realtà delle periferie e fotografa la coesistenza quotidiana tra gli errori, la sensazione di stare in gabbia, la pressione delle paranoie e la certezza che nulla di tutto questo privi del diritto di sentirsi accompagnati.

«“Dio con me” è nato in studio con Kaio e Tokyo in maniera del tutto naturale – racconta Dubrazil –. Ci siamo trovati subito sulla stessa lunghezza d’onda e ognuno di noi ha lasciato qualcosa di sé sul beat. Questo brano non rappresenta qualcosa per me: rappresenta me. Ci sono la ribellione, il sentirmi in gabbia, l’essere circondata da cose brutte e anche un pizzico di nostalgia. Ma c’è soprattutto la convinzione che non siamo mai soli. Sbagliare è normale, avere paranoie e paura è normale, nessuno è perfetto. E per fortuna c’è sempre Dio con me.»

Il brano è accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Alessio Del Vecchio e dalle immagini di Mattia Tengattini. Il management è affidato a MAVE MGMT e Jake La Furia.

Guarda il video.

Se “Dudu” era servito a presentare Dubrazil, “Dio con me” serve a capire dove può arrivare. Perché una cifra artistica diventa davvero tale quando il suono resta suo anche se cambia radicalmente ciò che decide di raccontare. Quando, chi la esprime, può passare dall’identità alla fede, accogliere altre due scritture e restare pienamente sé stessa. È il passaggio che Dubrazil sta compiendo: fare del baile funk non l’elemento con cui essere semplicemente identificata, ma un linguaggio abbastanza personale da poterci raccontare dentro ciò che vive, ciò che teme, ciò in cui crede. Dio compreso.