Ho fatto spazio. Strappi di vita quotidiana di una donna (Albatros Edizioni) di Silvia Canuti disponibile in libreria e online
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Ci sono libri autobiografici che raccontano ciò che è accaduto. E poi ci sono libri in cui, pagina dopo pagina, a cambiare non sono soltanto gli avvenimenti, ma le convinzioni con cui l’autore li aveva affrontati. Ho fatto spazio. Strappi di vita quotidiana di una donna (Albatros Edizioni) di Silvia Canuti appartiene a questa seconda categoria. A prima vista sembra il racconto di una vita attraversata da esperienze molto diverse: l’infanzia segnata dalla violenza e dal silenzio, il lavoro nelle comunità per persone con dipendenze, il viaggio in Brasile, l’amore, la maternità, la perdita di due gravidanze, la malattia, l’anoressia della figlia, l’incontro con un sacerdote destinato a rivelarsi molto diverso dall’immagine che aveva costruito di sé, fino alla morte del padre durante il Covid. Ma osservando l’insieme, emerge qualcosa di più preciso: la storia di una donna costretta più volte a scoprire che le proprie certezze non bastano.
È significativo che uno dei capitoli abbia come titolo Solo se si fallisce si fa bene il proprio lavoro. Non è una frase secondaria. Potrebbe essere quasi una dichiarazione di poetica dell’intero libro. Canuti, infatti, non costruisce il proprio autoritratto narrativo attorno alla capacità di avere sempre la risposta giusta. Al contrario, racconta i momenti in cui una risposta non c’è, una previsione si rivela sbagliata, un intervento non produce il risultato sperato, una persona che si vorrebbe proteggere prende una strada che non si può percorrere al suo posto.
È soprattutto nel lavoro sociale che questa consapevolezza prende forma. All’inizio c’è la tentazione, forse inevitabile, di pensare l’educatore come colui che deve trovare una soluzione. Poi arrivano le persone reali: ragazzi che ricadono, famiglie che non possono essere aggiustate dall’esterno, situazioni nelle quali la buona volontà non è sufficiente. E allora il mestiere cambia significato. Non consiste più nel risolvere la vita degli altri, ma nell’imparare a starci dentro senza sostituirsi a chi quella vita deve viverla. Anche l’esperienza brasiliana mette in discussione un’idea apparentemente semplice: quella secondo cui aiutare significhi soprattutto portare qualcosa a chi ne è privo. Di fronte alla povertà incontrata nelle favelas, Canuti si confronta invece con una realtà nella quale la mancanza non è soltanto materiale. Diventa evidente quanto contino gli strumenti culturali, la possibilità di comprendere, scegliere, difendersi. È uno dei passaggi in cui l’esperienza sembra correggere l’idea iniziale con cui era stata affrontata.
Poi c’è la maternità, e qui il libro compie forse il suo passaggio più difficile. Una madre è abituata a pensare che proteggere significhi intervenire, anticipare il pericolo, capire prima. L’anoressia di Alice rende questa convinzione inutilizzabile. Davanti alla malattia della figlia, Silvia si trova nella posizione più scomoda possibile: amare moltissimo qualcuno e non poter decidere al suo posto. Le domande diventano allora più importanti delle risposte: cosa dire, cosa non dire, dove si è sbagliato, quanto avvicinarsi e quanto invece lasciare all’altra persona il diritto di attraversare la propria esperienza. È un passaggio che la stessa Canuti riconosce come trasformativo: imparare ad ascoltare senza sovrapporre immediatamente il problema dell’altro alle proprie paure.
Ma il libro non si limita a raccontare la caduta delle certezze professionali o familiari. A un certo punto mette in discussione persino la certezza di conoscere le persone. Il capitolo dedicato al sacerdote è, da questo punto di vista, particolarmente interessante. Canuti racconta un uomo capace di ascoltare, di costruire relazioni, di creare una rete intorno alle persone in difficoltà. Poi qualcosa cambia radicalmente nella percezione che il lettore aveva di lui. Ed è proprio questa frattura a rendere l’episodio importante: quanto conosciamo davvero una persona? Quanto facilmente trasformiamo ciò che vediamo in un giudizio definitivo? E quanto è difficile accettare che due immagini apparentemente inconciliabili possano appartenere allo stesso individuo? Il libro non offre una risposta rassicurante. E fa bene a non offrirla.
Lo stesso accade nell’ultimo tratto, quando arriva la morte del padre. Qui a saltare è un’altra certezza, forse quella più comune: che prima o poi ci sarà tempo. Tempo per parlare, per chiarire, per recuperare ciò che è rimasto sospeso. La morte durante il Covid interrompe anche questa possibilità. Non c’è una scena risolutiva, non c’è il confronto finale capace di mettere ogni cosa al proprio posto. Rimane una relazione complessa, fatta anche di distanza e difficoltà, che deve essere accettata nella sua incompletezza. Ed è forse proprio qui che Ho fatto spazio trova la sua dimensione più interessante.
“Ho fatto spazio” non è un libro sulla vittoria sul dolore. Non racconta una donna che attraversa le proprie difficoltà, le supera e ne esce definitivamente dall’altra parte. Racconta piuttosto la progressiva rinuncia all’idea che la vita debba necessariamente produrre una conclusione ordinata. Alcune cose si comprendono. Altre soltanto dopo molti anni. Alcune si accettano. Altre rimangono lì. Persone amate cambiano, rapporti si interrompono, malattie arrivano senza chiedere permesso, i figli diventano adulti e smettono inevitabilmente di appartenere alla sfera delle nostre decisioni.
La forza del memoir sta proprio nel non trasformare tutto questo in una lezione edificante. Canuti scrive con una lingua diretta, personale, spesso vicina al parlato. Questa scelta le permette di mantenere il racconto aderente all’esperienza, senza costruire una voce letteraria artificiosamente sofisticata. Allo stesso tempo, la struttura per episodi fa sì che il libro proceda per avvicinamenti successivi: non c’è una trama unica da seguire, ma una serie di momenti attraverso i quali si compone progressivamente il ritratto della donna che li racconta. È anche il principale elemento di discontinuità dell’opera: alcuni episodi possiedono una forte intensità narrativa e restano impressi per la concretezza delle situazioni, mentre altri si avvicinano maggiormente alla riflessione personale e alla testimonianza. Ma è difficile considerare questa caratteristica soltanto come un limite: Canuti non sembra voler trasformare la propria vita in una biografia perfettamente levigata. La sua esigenza è un’altra, più scoperta: mettere in fila ciò che l’ha cambiata e interrogarsi su quello che quelle esperienze le hanno insegnato.
Alla fine, dunque, il titolo assume un significato diverso da quello che potrebbe suggerire a una prima lettura. Fare spazio non è soltanto accogliere il dolore. È accettare che non tutto possa essere risolto. Che non tutte le persone possano essere salvate. Che non ogni errore possa essere corretto. Che un figlio non possa essere protetto da tutto. Che una relazione possa rimanere irrisolta. Che una persona possa essere contemporaneamente ciò che abbiamo conosciuto e qualcosa che non avremmo mai immaginato. E forse è proprio questa la maturità che Silvia Canuti consegna al lettore: non quella di chi finalmente possiede tutte le risposte, ma quella di chi ha imparato a cambiare domanda. In questo senso Ho fatto spazio non è soltanto il racconto di ciò che è successo a una donna. È il racconto, molto più sottile, di tutte le volte in cui la realtà le ha chiesto di diventare diversa da quella che pensava di essere.
Identikit del libro
Ho fatto spazio. Strappi di vita quotidiana di una donna
Silvia Canuti — Albatros Edizioni
Memoir autobiografico / narrativa testimoniale.
Dieci capitoli, dalla memoria dell’infanzia all’esperienza professionale nel sociale, dal Brasile alla famiglia, dalla malattia al lutto.