TAO e Andy dei Bluvertigo: il figlio che non è arrivato e la musica che salva in “La mia droga”


Il brano di Tao, nato da una vicenda intima e affidato anche alla voce, al sax e alle tastiere di Andy, anticipa “L’ultima cosa dolce del mondo”

tao e andy

Per anni TAO e la sua compagna hanno cercato di avere un figlio. Quel figlio non è arrivato, ma con il tempo il musicista ha capito che nella loro storia esisteva già una terza presenza e che il figlio era il loro amore. Lo stesso pensiero ha finito per coinvolgere “La mia droga” (Orangle Records), una canzone scritta tempo fa e rimasta a lungo nel cassetto, perché anche un brano viene generato, ha bisogno di cure e, a un certo punto, deve essere accompagnato nel mondo.

Con lui, alla voce, al sax e alle tastiere, c’è Andy, musicista, cantante e storico co-fondatore dei Bluvertigo.

Il loro “bimbo” artistico racconta il legame del cantautore con la musica, quella che lui stesso definisce la droga che lo ha salvato nei momenti più difficili e dalla quale non ha mai voluto liberarsi.

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Con questo singolo, TAO, pseudonimo di Valerio Ziglioli, torna a pubblicare un proprio inedito in italiano dopo sedici anni di album interamente in inglese.

Nel testo, la musica bussa alla sua porta, entra senza presentarsi e diventa parte della sua vita. Lo prende per mano nei momenti più complessi e dolorosi, resta con lui e finisce per assumere la forma di un figlio: una canzone generata e accudita fino al momento in cui viene lasciata andare, libera di trovare la propria strada e incontrare chi la ascolterà, senza perdere il legame con chi l’ha creata.

«Per anni io e la mia compagna abbiamo cercato di avere un figlio, che non è mai arrivato – racconta TAO –. Poi ho capito che eravamo già in tre e che il figlio era il nostro amore. Anche una canzone, in fondo, è un figlio: dopo averla partorita devi prendertene cura e aiutarla ad andare nel mondo. “La Mia Droga” è rimasta a lungo nel cassetto; evidentemente aveva bisogno del suo tempo di gestazione prima di nascere davvero.»

La droga del titolo è la musica, definita nel brano «la più nobile di tutte le arti», una presenza capace al contempo di salvare e legare a sé con la stessa forza di una dipendenza. Per TAO, essere e fare l’artista non è un mestiere che occupa una parte della sua giornata, ma la ragione attorno alla quale ha organizzato scelte, rinunce, partenze e quasi vent’anni trascorsi a suonare in strada.

«La mia droga non è erba e neanche polvere bianca, non la puoi comperare neanche se hai miliardi in banca», canta, prima di riconoscerla nei dischi che hanno offerto a intere generazioni un rifugio, un linguaggio nel quale riconoscersi e uno spazio capace di accogliere senza giudizio. Il titolo perde così ogni intenzione provocatoria e diventa una dichiarazione d’amore, perché la musica può curare, chiedere tutto e rendere impossibile immaginarsi senza la sua presenza.

La strofa conclusiva riporta il brano alla storia dalla quale è nato. La musica «aspetta un bambino» e ha bisogno di TAO; quel figlio sta già suonando «note nel vento» ed è una canzone destinata a qualcuno. Il dolore privato non viene esibito né risolto con una consolazione di comodo, ma trova un’altra forma e diventa qualcosa che può uscire dalla casa in cui è rimasto per anni.

TAO aveva immaginato fin dall’inizio di coinvolgere Andy, cofondatore dei Bluvertigo, musicista e artista visivo che ha contribuito a cambiare il suono del rock italiano attraverso tastiere, sintetizzatori e sax. La sua presenza non è stata pensata come un nome rilevante da aggiungere ai crediti, perché Andy è entrato nel brano, ne ha condiviso il carattere e ha contribuito a definirne il suono.

«Avevo immaginato Andy in questa canzone quando il progetto era ancora fermo – prosegue TAO –. Lo considero un musicista straordinario e un artista puro, uno che accetta di collaborare alle cose quando sente che sono vere. Ci siamo piaciuti e abbiamo lavorato in totale armonia. Non ho mai considerato il suo intervento un semplice featuring: il “bambino” è nato con grande gioia di entrambi.»

L’impronta di Andy si innesta nel brano attraverso la voce, il sax e le tastiere, contribuendo al suo carattere eighties, mentre TAO canta, suona chitarre, basso e batteria, arrangia, produce e cura il mix. L’incontro fra i due prende forma quindi nell’esecuzione e nella costruzione del suono, prima ancora che nell’affinità artistica.

«Ho riconosciuto in “La mia droga” una storia vissuta e un rapporto con la musica che appartiene profondamente a TAO – dichiara Andy –. Il brano aveva già un’identità ben definita e il nostro lavoro è consistito nell’ascoltarla e nel capire dove la mia voce e i miei strumenti potessero aprire altri spazi. Tutto è avvenuto in maniera naturale, libera e con una grande intesa.»

“La mia droga” segna anche un passaggio importante nel percorso di TAO, facendo da apripista a “L’ultima cosa dolce del mondo”, il nuovo album di prossima uscita che riporta il musicista meneghino alla scrittura in italiano dopo sedici anni, e inaugura la collaborazione con Orangle Records. È la prima volta che TAO, indipendente per scelta lungo gran parte della propria carriera, affida le sue canzoni a una label; una decisione arrivata dopo aver trovato una struttura disposta a rispettarne pienamente la libertà artistica.

Il brano è stato cantato, suonato, arrangiato, prodotto e mixato da TAO senza campioni, basi, type beat, autotune o intelligenza artificiale. Una precisazione che non accompagna il singolo come un bollino di purezza e non nega il ruolo che la tecnologia può avere nella produzione musicale, ma stabilisce da quale parte TAO ha scelto di stare: quella di un musicista che esegue, interpreta e si assume interamente la responsabilità dei propri lavori.

«Va bene la tecnologia, ma dobbiamo tornare ad ascoltare e a fare musica vera, senza trucchi. Oggi spesso non distinguiamo più ciò che è vero da ciò che è stato creato, o per meglio dire costruito, per sembrarlo. Sono stanco dell’ignoranza arrogante, della perdita del gusto e dell’eleganza. Possiamo parlare anche del male del mondo attraverso la musica, ma facciamolo con passione e poesia.»

Alle spalle di questo ritorno ci sono otto album, un film documentario e oltre 1.500 concerti in diciannove anni. Dal 2007 TAO attraversa l’Italia e l’Europa a bordo del TAO Love Bus, un Volkswagen del 1974 trasformato in palco itinerante, con impianto audio e strumentazione al suo interno. Il progetto, diventato negli anni un tour, uno show e una performance originale e distintiva, lo ha portato nei festival e nei meeting, al fianco di realtà come Volkswagen, EICMA e Virgin Radio, e sui palchi in apertura ad artisti come Anastacia, Glenn Hughes, Eric Gales, Dr. Feelgood ed Eric Martin.

Il pulmino ha permesso a TAO di portare la propria musica direttamente alle persone, sottraendola ai confini dei locali, dei palchi tradizionali e delle piattaforme di streaming. La potenza dell’immagine, però, ha spesso finito per anticipare il contenuto: TAO è diventato per molti “the man in a van”, l’uomo che suona nel pulmino, prima ancora che un autore, compositore, polistrumentista e produttore.

Per questo, “La mia droga” non chiude la strada del Love Bus, ma riporta, più semplicemente, le canzoni al centro del suo progetto.

«Non mi sono stancato di esibirmi a bordo del TAO Love Bus e non intendo fermarlo – conclude –. Quel pulmino mi ha permesso di raggiungere tantissime persone ed è una parte fondamentale della mia storia. Vorrei, però, essere riconosciuto anche per ciò che scrivo, suono e produco. Dietro “the man in a van” ci sono otto dischi e vent’anni di lavoro. Credo che canzoni come “La mia droga” meritino di essere ascoltate prima ancora di vedere il pulmino.»