Nell’artrite psoriasica (PsA), la biopsia sinoviale ecoguidata potrebbe aiutare ad orientare meglio la scelta del biologico, aggiungendo alla valutazione clinica informazioni sul tessuto infiammato
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Nell’artrite psoriasica (PsA), la biopsia sinoviale ecoguidata potrebbe aiutare ad orientare meglio la scelta del biologico, aggiungendo alla valutazione clinica informazioni sul tessuto infiammato. Lo suggerisce una comunicazione presentata al congresso EULAR da un gruppo di ricercatori italiani dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, che ha valutato l’impatto clinico della biopsia sinoviale nella scelta della terapia biologica per l’artrite psoriasica.
Dal paziente al tessuto
Il tessuto sinoviale è il bersaglio dell’infiammazione articolare e può offrire informazioni sui meccanismi della malattia.
Nel lavoro presentato a EULAR, i ricercatori hanno utilizzato il Krenn synovitis score (NdR: un punteggio istologico compreso da 0 a 9 che misura il grado di infiammazione della membrana sinoviale valutando caratteristiche come infiltrato cellulare, densità stromale e alterazioni del rivestimento sinoviale) e classificato i campioni in tre patotipi: mieloide, linfo-mieloide e pauci-immune.
Il ruolo del CD117
Accanto allo score istologico, l’immunoistochimica aiuta a definire il profilo biologico della sinovite. Nel poster presentato al congresso, l’attenzione si è concentrata sul patotipo mieloide con positività per CD117, legato all’attivazione di mastociti e monociti e potenzialmente associato alle vie IL-17 e IL-23. “L’altro aspetto è l’immunoistochimica, soprattutto di alcuni cluster di differenziazione”, ha spiegato Parisi, citando marcatori come CD20, CD68, CD3 e, nella PsA, “proprio CD117”.
L’obiettivo è stato capire “se un patotipo piuttosto che un altro rispondesse meglio ad uno specifico trattamento farmacologico”.
Lo studio
Il lavoro, uno studio proof-of concept condotto nella real life, ha incluso pazienti con PsA sottoposti a biopsia sinoviale ecoguidata tra il 2021 e il 2024.
Nell’abstract presentato al congresso, il gruppo biopsy-driven comprendeva 15 pazienti con patotipo mieloide CD117 positivo, trattati con strategia guidata dalla biopsia: 9 con anti-IL-17, 3 con anti-IL-23 e 3 con inibitori del TNF. Il confronto è stato fatto con 20 pazienti trattati con un farmaco biologico scelto secondo valutazione clinica standard.
Gli outcome sono stati valutati con l’indice DAPSA. L’endpoint primario era il raggiungimento della bassa attività di malattia o della remissione a 6 mesi; tra gli endpoint secondari, invece, vi erano la persistenza in terapia a 6 e a 12 mesi e la variazione dell’indice DAPSA.
Parisi ha definito lo studio un’analisi “calata nella pratica clinica”, pensata per capire se la biopsia sinoviale potesse aggiungere informazioni utili nella scelta terapeutica.
Risultati migliori con la biopsia
La strategia guidata dalla biopsia ha mostrato risultati migliori rispetto all’approccio standard. La persistenza in terapia è risultata più elevata sia a 6 mesi (88% vs. 75%), sia a 12 mesi (76% vs. 65%), con una differenza riportata dagli autori come statisticamente significativa.
Anche l’endpoint clinico primario è stato raggiunto più spesso nel gruppo biopsy-driven: il 68% dei pazienti ha raggiunto la bassa attività di malattia o la remissione secondo l’indice DAPSA, rispetto al 45% del gruppo di controllo.
Quando il patotipo orienta il farmaco
Il dato più interessante ha riguardato i pazienti con patotipo mieloide CD117 positivo. In questo sottogruppo, la riduzione media del DAPSA a 6 mesi è stata maggiore con gli inibitori di IL-17 (-13,5), e con gli inibitori di IL-23 (-12,8), rispetto agli inibitori del TNF (-7,5).
Nell’intervista, Parisi ha spiegato che nei pazienti con patotipo diffuso mieloide ricco di CD117 la biopsia ha orientato più spesso verso terapie con interleuchine rispetto agli anti-TNF.
“Questo ci ha portato a selezionare pazienti che hanno risposto poi sul lungo termine, quindi a 6 e a 12 mesi, meglio in termini sia di remissione sia di low disease activity, anche in termini di persistenza in terapia”.
I caveat dello studio
Nel complesso, lo studio non propone la biopsia sinoviale come sostituto della valutazione clinica, ma come strumento per raffinarla. Parisi ha chiarito che estenderla a tutti i pazienti sarebbe “l’ideale”, ma nella pratica comporterebbe costi e risorse difficili da sostenere.
La sua utilità può essere maggiore nei casi complessi: “Quei pazienti un po’ particolari in cui magari c’è stato più di un fallimento terapeutico, in cui la manifestazione è anche atipica rispetto al profilo clinico, o c’è una divergenza fra i dati di laboratorio e la clinica”. In questi casi, la biopsia potrebbe fornire “quel tassello mancante” capace di portare il paziente verso una diversa traiettoria di cura.
In conclusione
La biopsia sinoviale non sostituisce la decisione clinica: la integra, aggiungendo una dimensione biologica e tissutale alla stratificazione terapeutica.
Inoltre, gli autori dello studio hanno tenuto a sottolineare che si tratta di uno studio proof-of-concept, da confermare in casistiche più ampie e prospettiche.
La prospettiva è quella di una cura sempre meno disease-centred e sempre più tissue-centred, in cui la scelta del farmaco non dipenda solo dalla diagnosi o dai parametri clinici, ma anche dalle informazioni fornite direttamente dal tessuto bersaglio della malattia.