Condannato a 6 anni il figlio del deputato FdI che dice: “Basta gogna mediatica”. Secondo l’impianto accusatorio della Procura di Roma, Tancredi Antoniozzi faceva parte di una banda dedita alle rapine di orologi di lusso
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Il giudice dell’udienza preliminare di Roma ha condannato in abbreviato a 6 anni e 4 mesi di reclusione Tancredi Antoniozzi, 22 anni, figlio del deputato e vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Alfredo Antoniozzi. Il giovane è accusato di rapina aggravata e tentata estorsione ai danni di coetanei nel quartiere Parioli della Capitale. Il parlamentare, pur confermando la massima fiducia nella magistratura e l’intenzione del figlio di assumersi le proprie responsabilità, ha duramente stigmatizzato il “massacro mediatico” e difeso il principio costituzionale della presunzione di innocenza.
LA SENTENZA DEL GUP SULLA “BANDA DEI ROLEX”
Secondo l’impianto accusatorio della Procura di Roma, Tancredi Antoniozzi faceva parte di una banda dedita alle rapine di orologi di lusso nei quartieri della movida romana. Oltre alla condanna del ventiduenne, il gup capitolino ha disposto una pena a 5 anni e 8 mesi per David Cesarini e a 3 anni per Manuel Fiorani, mentre ha assolto Michael Giuliano con la formula “per non aver commesso il fatto”.
Sullo sfondo della vicenda giudiziaria sono emerse, attraverso diverse inchieste giornalistiche, le tappe della vita del giovane tra auto di lusso e locali alla moda tra Roma, Milano, Cortina e Dubai.
LA REPLICA DEL PADRE: “PAGHERÀ SE COLPEVOLE, MA BASTA COLONNE INFAME”
Subito dopo la sentenza di primo grado, il deputato Alfredo Antoniozzi ha rotto il silenzio con una lunga nota, confermando che il figlio si trova già in regime di custodia da 17 mesi: “Ho sempre invocato per mio figlio gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti i cittadini. Tra i diritti c’è quello della presunzione di innocenza fino al terzo grado. Tra i doveri, in caso di condanna, c’è quello di espiare la pena, cosa che mio figlio sta già facendo, da 17 mesi, pur essendo ancora in attesa di giudizio”.
Il parlamentare di Fratelli d’Italia ha poi attaccato la reazione dell’opinione pubblica e dei social network: “Il dolore personale lo tengo per me e so che un personaggio pubblico è esposto a tutto. Ma ho sempre contrastato i massacri mediatici e social, la cultura della colonna infame, la canea di chi giudica, censura, dà i buoni consigli non potendo dare il cattivo esempio. Nella vita di una persona i figli vengono prima di ogni altra cosa. Questo non significa affatto esonerarli dalle loro responsabilità. Ma non ho visto nessuno di questi leoni social difendere quella Costituzione diventata intangibile a fasi alterne che contempla la presunzione di innocenza fino a sentenza passata in giudicato”.
LE DIMISSIONI DALL’ANTIMAFIA
Nella sua ricostruzione, Antoniozzi ha ricordato anche la decisione di dimettersi, lo scorso anno, dalla Commissione parlamentare Antimafia, un gesto spontaneo sebbene il figlio non fosse accusato di reati di stampo mafioso: “Lo scorso anno, senza che il mio partito me lo chiedesse, mi sono dimesso dalla commissione antimafia fedele al principio che la moglie di Cesare è intoccabile. Ma ciò non mi ha evitato insulti, contumelie, l’attacco in consiglio regionale della Lombardia di un esponente del Pd”.
Infine, un parallelismo storico legato alla Prima Repubblica e alla figura di suo padre Dario: “Da ragazzo, attraverso mio padre, ho visto galantuomini come Donat Cattin e tanti altri messi sotto accusa per vicende familiari. Mentre la politica dovrebbe preservare almeno il rispetto. Cosa che io continuerò a fare sempre verso chiunque. Se mio figlio risulterà colpevole, avrà l’occasione come tutti di riabilitarsi, riscattarsi. Sono quei principi liberali e cristiani che hanno costruito un’idea di comunità civile”.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)