Gerusalemme Est: un intero quartiere palestinese rischia di essere sfrattato per far posto ai coloni


A rilanciare la denuncia in una nota è l’organizzazione israeliana B’Tselem

“Io e la mia famiglia sappiamo la data in cui le nostre vite, così come le conosciamo, finiranno”, afferma Zuheir a-Rajabi, leader della lotta contro lo sfratto del quartiere di Baten al-Hawa a Silwan, Gerusalemme Est. “Non si tratta solo di portar via una casa. Stanno cercando di cancellare un’intera comunità”. A rilanciare la denuncia in una nota è l’organizzazione israeliana B’Tselem, secondo cui “per la prima volta da quando Israele ha occupato Gerusalemme Est nel 1967, un intero quartiere palestinese rischia di essere sfrattato. Circa 1.800 residenti di Baten al-Hawa sono a rischio di essere sradicati dalle loro case per far posto ai coloni ebrei”. L’ong scrive ancora: “Israele sta portando avanti la giudaizzazione dell’area attraverso una combinazione di leggi discriminatorie, sentenze dei tribunali, organizzazioni di coloni e la forza sostenuta dallo Stato. Per decenni, Israele ha perseguito una politica volta a rimodellare Gerusalemme Est espropriando i palestinesi delle loro case ed espandendo gli insediamenti all’interno dei quartieri palestinesi. Lo sgombero programmato di un intero quartiere rappresenta una drammatica escalation di questa politica e si inserisce nel più ampio piano di pulizia etnica di Israele in Cisgiordania”.

Secondo B’Tselem “negli ultimi anni, Baten al-Hawa è diventato uno degli esempi più lampanti di come questa politica venga attuata. Pienamente appoggiata dallo Stato, l’organizzazione Ateret Cohanim ha portato avanti una lunga campagna legale per espropriare le case dei palestinesi e consegnarle ai coloni ebrei. Tribunali, polizia e autorità statali hanno tutti contribuito a questo progetto. Per i residenti, ciò significa vivere sotto la costante minaccia di sfratto e arresto dai luoghi in cui sono nati, mentre guardie di sicurezza private assoldate dai coloni pattugliano il quartiere”. L’ong B’Tselem riferisce che “il meccanismo legale che consente questi sfratti è discriminatorio nella sua essenza. La legge israeliana consente agli ebrei di rivendicare la proprietà di immobili a Gerusalemme Est anteriori al 1948, negando al contempo ai palestinesi il diritto di rivendicare le case e le proprietà perse nello stesso anno a Gerusalemme Ovest o in altre zone di Israele”. “Oggi ci sradicano per la seconda volta e il mondo resta in silenzio” dichiara ancora Zuheir a-Rajabi, in un video rilanciato dall’ong.

“Attivista di lunga data- scrive B’Tselem- presidente del comitato di quartiere e volontario di B’Tselem, ha trascorso anni a documentare le violenze e le vessazioni perpetrate dai coloni e dalle autorità israeliane a Silwan. Ha dedicato la sua vita alla difesa della sua comunità e alla resistenza allo sfratto dei palestinesi da Gerusalemme, a caro prezzo. Ora la sua famiglia rischia di perdere la casa in cui sono nati i suoi figli e dove intere generazioni hanno vissuto”. Una storia che per l’ong “è, per molti versi, la storia di Gerusalemme Est stessa: la vita sotto un regime che cerca di rendere la presenza palestinese in città temporanea, fragile e insostenibile”. Conclude l’ong: “Quanto sta accadendo a Silwan non è un’eccezione alla politica israeliana. Ne è una delle espressioni più evidenti. Mentre Israele continua il genocidio a Gaza, sta ulteriormente radicando l’apartheid e la pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. La violenza dei coloni, la demolizione delle case, lo sfollamento delle comunità e l’espansione degli insediamenti non sono ‘difetti’ del sistema. Ne sono parte integrante”.

 

FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)