Fabio Savi chiede alla Procura di ascoltarlo per ribadire la “verità”. Questa sera intervista a “Quarto grado”
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Dopo l’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, il fratello Fabio Savi è stato intervistato da Quarto grado: l’intervista andrà in onda questa sera, venerdì 29 maggio.
Fabio Savi, nell’intervista, dice che quello che il fratello Roberto ha detto in televisione non è vero, che la banda composta da poliziotti sia stata protetta e coperta dai servizi segreti. E alla Procura e ai familiari delle vittime manda a dire: “Se vogliono parlarmi sono qui“. La banda della Uno Bianca, composta da ex poliziotti e guidata da Roberto e Fabio Savi, commise decine di rapine e omicidi tra la fine degli anni ’80 e metà degli anni ’90, tra l’Emilia-Romagna e le Marche, uccidendo 24 persone e ferendone 115 nel corso di 103 azioni criminali.
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Il racconto fatto da Roberto Savi (intervistato da Francesca Fagnani all’interno del carcere di Bollate), dunque, non sarebbe vero: “Non fummo coperti dai servizi segreti, non ho nulla da nascondere“, dice ora Fabio, da sempre soprannominato il “lungo” della banda (mentre Fabio era “il corto”). Durante l’intervista a Belve, Roberto Savi ha detto che Fabio non parla da anni. Circostanza questa confermata dallo stesso Fabio: eppure si trovano entrambi nello stesso carcere. Roberto Savi, a Belve, ha spiegato di essere ancora arrabbiato con Fabio perchè gli dà la responsabilità di averli fatti arrestare avendo ‘spifferato’ troppe cose alla sua donna di allora, Eva Mikula, che li avrebbe denunciati e incastrati. Fabio ha parlato di un “rapporto tossico che non ha lasciato più niente” e ha detto di considerare Roberto “un traditore”.
Quanto agli atti criminali, Fabio Savi ha spiegato che non ci fu “nessuna collusione con apparati dello Stato“: il fratello Roberto, invece, aveva raccontato a Belve che alcune azioni erano state compiute per un motivo preciso, perchè si trattava di obiettivi indicati loro in qualche modo dall’alto, ha fatto credere da servizi segreti. Come esempio aveva portato l’assassinio di Pietro Capoluongo, ex carabiniere, ucciso a Bologna durante l’assalto all’armeria di via Volturno il 21 maggio 1991: Roberto Savi ha detto che si trattò di un omicidio di commissione e che non andarono lì per rubare armi.
Ha raccontato anche che andava a Roma, spesso, per incontrarsi con questi non ben identificati referenti che li ‘comandavano’ dall’alto e allo stesso tempo li proteggevano. Fino a che, un bel giorno, ha detto, “non ci hanno protetto più”. E quindi sono scattati gli arresti.
Per come la racconta Fabio Savi a Quarto grado invece (la puntata va in onda questa sera), la banda è sempre e solo stata spinta dalla ricerca di denaro e per arricchirsi: “La verità che poi è riscontrabile negli atti. E se ci fossero dei dubbi, ho scritto alla Procura della Repubblica chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare. Tutto è già stato detto. L’importante è che loro vogliano veramente stabilire una verità e che sia quella. Dal momento che ancora insistono, dopo 32 anni, su livelli occulti, su viaggi di mio fratello a Roma… Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla”.
Fabio Savi dice qualcosa anche a proposito dei familiari delle vittime: “Sono almeno vent’anni che mi esortano a scrivere una lettera di scuse. Non l’ho mai fatto perché per una lettera ci impiegherei cinque minuti a scriverla. Avrebbe tutto il sapore di essere utilitaristico, strumentale. Quindi, mi sono affidato alle istituzioni e ho iniziato, prima, un percorso di giustizia riparativa; poi un percorso di mediazione penale”. Lui, però, con i familiari (che finora hanno rifiutato un contatto con lui) un domani vorrebbe parlare: “Hanno tutta la ragione del mondo, li capisco. Al posto loro probabilmente mi comporterei nello stesso modo. Però ritengo che se ci fosse stato un confronto sarebbe stato utile sia a me che a loro. Posso solo cercare di lasciare una porta aperta nel caso volessero… Senza tormentarli, senza essere invadente. Se loro vogliono, io sono qua”.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)