Flotilla, cinque attivisti tornati a Bologna: “Abbiamo subito diversi pestaggi, tanti tipi di violenza. Ma abbiamo tenuto botta”. A dirlo è la riminese Lola Fabbri
![]()
Sono atterrati con un volo da Istanbul i cinque attivisti della Flotilla che erano attesi a Bologna: i bolognesi Ilaria Mancosu e Francesco Gilli, la riminese Lola Fabbri e Maurizio Menghini di Senigallia.
Intanto, il movimento Bds per il boicottaggio di Israele ricorda che ci sono altri due emiliano-romagnoli bloccati e in pericolo in Medio Oriente: Carla Biavati di Vergato e Fabio Valenti di Castelnuovo, a bordo del convoglio di terra ai confini con la Libia. “Sono fermi da sei giorni e non stanno ricevendo nessuna protezione internazionale”, si spiega. Proprio gli esponenti di Bds erano presenti insieme ad altri attivisti, tra cui quelli di Rivolta Pride, questo pomeriggio all’aeroporto di Bologna per riabbracciare ‘flotilleri’.
Nell’atrio del Marconi più volte è stato intonato il coro ‘Free Palestine’ sventolando la bandiera del Paese. Tra loro presente Ilaria Riccardi, la dottoressa a sua volta a bordo della Flotilla, scampata all’arresto a causa di un’avaria della sua imbarcazione, il sindaco di Sasso Marconi Roberto Parmeggiani, il capogruppo di Coalizione Civica in Consiglio comunale a Bologna, Detjon Begaj, e il segretario della Camera del Lavoro di Bologna, Michele Bulgarelli. Che alla ‘Dire’ spiega: “Noi ci consideriamo l’equipaggio di terra della Flotilla”. Proprio una rappresentante Cgil, Daniela Modonesi, coordinatrice dei lavoratori dell’aeroporto di Bologna, ci ha tenuto ad accogliere ai piedi della scaletta dell’aereo gli attivisti della Flotilla appena atterrati. Un gesto molto apprezzato, come racconta Gilli. Che poi punge: “Vorrei sapere dalle istituzioni che sono qua presenti, e anche dalle istituzioni che non sono qua presenti, quali sono adesso le intenzioni e quali sono gli impegni che ci vogliamo prendere“.




Ci sono istituzioni di cui ti aspettavi la presenza oggi? “Beh, non lo so: siamo a Bologna…”, rimarca Gilli, che a favore di telecamera non vuole mostrare il volto, ma si copre alzando la felpa che l’esercito israeliano ha fatto indossare agli attivisti durante la prigionia. Un modo, spiega lo stesso Gilli, per simboleggiare “la disumanizzazione e la tortura psicologica alla quale siamo stati sottoposti”. Poi aggiunge: “C’è chi queste condizioni le vive tutti i giorni e non mi riferisco solo al popolo di Gaza. C’è il Libano e c’è anche Bologna: a ottobre l’anno scorso una ragazza ha perso un occhio manifestando pacificamente per strada“. Per questo Gilli invoca una presa posizione da parte delle istituzioni e una “presa di coscienza da parte di tutti noi. Tocca prendere in mano la propria responsabilità e decidere cosa fare della propria vita, cosa fare per le persone che ci stanno intorno e per la società in cui viviamo. Ho bisogno che non sia un evento sporadico, ma una presa di posizione trasversale non solo sullo scoop del momento”.
Per il prossimo 26 maggio il movimento Bds promuove un presidio di protesta sotto la Regione, consegnando 10.000 firme perché “il presidente de Pascale mantenga la promessa e vengano interrotti tutti i rapporti con Israele”.
FABBRI: PESTAGGI E VIOLENZE, MA ABBIAMO TENUTO BOTTA
“Abbiamo subito diversi pestaggi, tanti tipi di violenza. Ma abbiamo tenuto botta”. A dirlo è la riminese Lola Fabbri, dopo l’arresto da parte dell’esercito israeliano e la liberazione nei giorni scorsi.
“Abbiamo tenuto botta a situazioni difficili- racconta Fabbri, riabbracciata al Marconi da altri attivisti- sempre pensando che i palestinesi in carcere stavano subendo condizioni molto più difficili delle nostre. Abbiamo subito diversi pestaggi, tanti tipi di violenza, però siamo stati protetti dai nostri passaporti”.
All’arrivo del ministro israeliano Ben Gvir, continua la riminese, “eravamo tutti in quel capannone da diverse ore. È stato abbastanza intenso, dopo tante ore che eravamo su una nave in prigione, dopo essere stati intercettati in acque internazionali. Siamo arrivati senza nessuna certezza di ciò che sarebbe accaduto dopo, è stato molto stressante per tutte e per tutti. Siamo rimasti tutto il giorno incatenati e ammanettati mani e piedi. E poi in carcere tutta la notte senza sapere cosa sarebbe successo, questo è stato molto difficile”.
Alla barca su cui era Fabbri “hanno sparato per intimidirci e fermarci– racconta ancora l’attivista- alcune persone sono state colpite al volto, con proiettili di kevlar riempiti con palline di ferro. Quasi tutti hanno subito pestaggi, più o meno. È stato molto difficile per tutti e chiediamo che continui ad essere forte la rappresentanza per il popolo palestinese e per la resistenza del popolo palestinese. Chiediamo che si continui a parlare di Palestina e si continui a parlare dei rapporti economici che gli Stati continuano ad avere con Israele”, conclude Fabbri.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)