In libreria “Acutezza” di Michele Ghiotti


“Acutezza” di Michele Ghiotti. Un romanzo di autodeterminazione femminile, che accanto al tema dell’identità celebra l’arte in tutte le sue forme ‘(Alcatraz)

michele ghiotti

Acutezza esplora il percorso femminile verso l’autodeterminazione, raccontando la fatica di emanciparsi dal giudizio e dalle aspettative esterne. È un romanzo che mette al centro l’arte in ogni sua forma, ricorrendo a suggestioni surreali per indagare temi complessi, come il legame profondo e spesso ambiguo che unisce lo spettatore all’opera d’arte.

Cosa cercano l’artista e lo spettatore nell’opera d’arte? A che prezzo, soprattutto personale, l’artista crea? Sono queste alcune delle domande che Ghiotti esplora nel suo romanzo d’esordio, Acutezza. In una ex colonia marina ristrutturata si svolge la prima edizione della residenza artistica Acumen, intitolata alla memoria di Amalia Simonetti, immaginaria intellettuale nota per il suo lavoro di valorizzazione delle donne nell’arte. Ospiti della residenza sono quindi cinque artiste: una pittrice e body artist, una fotografa, una musicista, una scrittrice e una critica letteraria. All’arrivo di Giulia, la fotografa, il crollo di una parte del soffitto del salone d’ingresso rivela un elemento architettonico nascosto, un oculo, chiuso da vetrate annerite. Attraverso di esso nella colonia si manifesta un’entità, un «osservatore inosservabile» che è contemporaneamente occhio, orecchio, narice, mano e bocca. È una presenza che torchia i personaggi, obbligandoli a sopportare una crescente acutizzazione di uno dei cinque sensi, quello maggiormente associato con la loro arte. In breve tempo, l’eccessiva sensibilità crea condizioni drammatiche ed estreme. Le residenti dovranno affrontare paure e traumi profondi, un percorso in crescendo che le condurrà alla scelta decisiva: accettare l’oculo o tradire la propria arte – e se stesse?

INCIPIT

Era appena entrata nell’atrio quando udì, sopra di lei, schiocchi di ferro spezzato, seguiti da uno schianto secco.
«Cosa cazzo…».
Il boato arrivò improvviso, assordandola. Il pavimento tremò. La ragazza si ritrasse, coprendosi il viso con l’avambraccio destro. Un polverone bianco saliva dai calcinacci al centro del salone.
Rimase immobile, in ascolto. Una pioggia di fiocchi di gesso ticchettava sul pavimento scheggiato. Quando i rumori si spensero, decise che il pericolo era passato e i suoi passi risuonarono contro le pareti, il sinistro un po’ strascicato. C’erano ovunque scaglie di gesso, frammenti di rete metallica e brandelli di lana di vetro.
Una voce si levò dalla coltre che si stava diradando.
«C’è qualcuno?».
Un ragazzo alto e smilzo avanzava verso di lei con una mano sopra la testa, agitando l’altra davanti a sé per disperdere il polverone.
«Tutto bene?».
Lei annuì e lui allungò l’altra mano. Era conciata da calli e graffi, le unghie macchiate di vernice. Aveva una faccia da ragazzino e piccoli occhi azzurri.
«Piacere, Teo. Sono il custode».
«Piacere, Giulia».
Dopo essersi presentata si tolse gli occhiali e li spolverò con il bordo della felpa.