Don Alberto Ravagnani lascia il sacerdozio. Il prete influencer classe 1993 spiega su YouTube i motivi della sua scelta: “Non è stata una folgorazione”
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Quasi 300mila followers su Instagram e un seguito che lo ha portato a essere definito il “prete influencer”. Un’etichetta a cui ormai si dovrà aggiungere la preposizione “ex”. Don Alberto Ravagnani ha comunicato l’intenzione di voler lasciar il sacerdozio, come annunciato dalla sua parrocchia – San Gottardo al Corso di Milano – nei giorni scorsi. Una notizia che ha riempito le cronache di tutta Italia e che ora passa attraverso la spiegazione dello stesso giovane di Brugherio. In un video pubblicato su YouTube, Ravagnani dà voce ai motivi della sua scelta.
“Avevo deciso di entrare in seminario a 17 anni dopo che mi ero convertito – esordisce il ragazzo -. C’era una ragazza che mi piaceva, i miei genitori erano assolutamente contro, avevo una paura matta di perdere gli amici, però Dio mi aveva cambiato la vita e non potevo fare altro che dare la mia vita a lui“.
“MAI NESSUN DUBBIO IN SEMINARIO”
In quel periodo, “prego, studio, conosco Gesù, la Chiesa, la tradizione cristiana e mi preparo”. E “durante i sei anni di formazione non ho mai avuto nessun dubbio, ero straconvinto, volevo essere santo, perfetto, come San Francesco d’Assisi, San Giovanni Bosco: queste grandissime figure che mi hanno ispirato. E alla fine decido di diventare prete”. Era un percorso senza intoppi, coronato dal giorno dell’ordinazione: “Il più bello della mia vita, il primo di tanti- rivela- il Duomo era pieno di gente, io pieno di pensieri, aspettative, desideri, buoni propositi, ho pianto, ho riso. Ho realizzato che la mia vita avesse un senso perché l’avevo consegnata, ero diventato prete per sempre, però poi Dio e la vita mi hanno riservato delle sorprese”
LA PRIMA PARROCCHIA, L’INCONTRO CON TANTI RAGAZZI E I VIDEO SOCIAL
Don Alberto arriva nella sua prima parrocchia, San Michele a Busto Arsizio, e lì inizia la sua missione: “Sono stati anni meravigliosi, è li che sono diventato effettivamente prete, sono passato da essere un ragazzino a un padre per tanti ragazzi, quello che è successo in quegli anni mi ha reso la persona che sono”.
Poi, nel periodo del Covid, Ravagnani inizia a pubblicare video sui social e su YouTube e diventa una star: “Diventano virali e io divento popolare. Questo mi permette di conoscere tantissime persone e vivere esperienze fantastiche – racconta – subito mi chiedo come posso vivere tutto questo dentro il mio oratorio, dentro il mio ministero. Così mi invento un laboratorio di comunicazione per permettere ai ragazzi che avevo accanto di comunicare come me e insieme a me. Non sono quelli della mia parrocchia, ma di tutta Italia che mi scrivono. Su Instagram, via mail, mi mandano lettere con domande, dubbi, ringraziamenti, confidenze, confessioni…e poi vogliono venire a trovarmi”.
Così, Ravagnani fonda “una community, qualcosa di nuovo fatta dai ragazzi della gen Z, del Covid, che vivono e pensano la chiesa diversamente rispetto a me, ai vescovi, al Papa. Nasce Fraternità: un figlio, un dono, una grandissima responsabilità“. Con la community “ho intravisto una Chiesa realmente capace di stare vicino alle nuove generazioni. Ero il prete piu fortunato del mondo, non potevo chiedere di più”.
LO SPOSTAMENTO A MILANO E L’INIZIO DEL CAMBIAMENTO
Ravagnani è stato, poi, trasferito a Milano dove “ho iniziato tantissimo a mettermi in discussione, è qui che ho maturato la mia scelta”. Il ragazzo classe 1993 rivela di non ricordare “il momento esatto in cui ho iniziato a pensare di lasciare il sacerdozio. Sicuramente non è stato un momento improvviso, una folgorazione”.
“Essere preti significa cose ben precise come il celibato- spiega Don Alberto- di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero, all’inizio dicevo che dovevo convertirmi, che era una questione di volontà, poi con il passare del tempo ho smesso di fingere di doverlo giustificare per forza”.
Ma non è solo questo ad aver inciso: “Le attese delle persone nei confronti di noi preti sono disumane, come fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, programmati per essere buoni, mi sembrava un’ipocrisia non più sostenibile”. Ravagnani parla anche del “ruolo istituzionale: un prete rappresenta la Chiesa, faticavo a starci dentro. Mi sentivo a disagio a indossare un colletto, alle persone dice tutt’altro di quello che direi da me. È una divisa che divide dalle persone, però quella distanza non la volevo più. Mi sentivo a disagio a celebrare la Messa, dovevo gestire un rito che non parlava più alle persone e pronunciare parole che trovavo incomprensibili e francamente, a volte, discutibili”.
L’INIZIO DELLA CRISI
Disagio che si è riflettuto anche “nello stare con altri preti o in contesti di Chiesa perché il mio ministero era completamente diverso dal loro, faticavo sempre di più a sentirmi in sintonia con certi modi di pensare. Infine “avevo tanti dubbi sulla dottrina della Chiesa, dubbi che non avevo mai avuto in seminario. Sono stato tanto in contatto con i ragazzi e mi sono messo in ascolto delle loro domande. Le ho ritrovate anche in me stesso, mi hanno fatto sorgere dei dubbi e mi hanno fatto riflettere come non avevo mai fatto. Certe mie certezze granitiche sono venute giù, così sono andato in crisi“.
“Mi sono detto: se essere prete significa questo, allora faccio fatica a stare dentro questo ruolo, potrei fare più del bene se non lo fossi più”, confessa. Ravagnani – che il 10 febbraio pubblicherà il libro ‘La scelta’ per Sem Editore – conclude: “La società non è più cristiana come lo è stata per secoli e la fede nelle persone è qualcosa di personale, libera, meno scontata. La mia fede c’è ancora, però non sta del tutto nella forma della Chiesa. Sono sereno, porterò avanti la mia missione, seguirò la mia vocazione, non indosserò il colletto, non celebrerò la messa, però il mio cuore sarà lo stesso, finalmente più libero e più vero“
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)