Nike finisce sotto inchiesta per discriminazione dei lavoratori bianchi


Negli USA l’agenzia federale che vigila sulle pratiche di assunzione accusa il colosso dell’abbigliamento sportivo Nike di discriminazione al contrario. E non è un caso

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L’agenzia federale statunitense che vigila sulle pratiche di assunzione ha aperto un’indagine su Nike, accusando il colosso dell’abbigliamento sportivo di aver discriminato lavoratori e candidati bianchi attraverso le sue politiche di diversità, equità e inclusione. Un passaggio politico e giuridico tutt’altro che neutro, che segna un cambio di passo evidente nell’era Trump bis.

La Equal Employment Opportunity Commission (EEOC) ha reso noto di stare esaminando “accuse sistematiche di discriminazione razziale intenzionale legate alla DEI”, sostenendo che alcune iniziative aziendali avrebbero favorito gruppi minoritari a scapito di dipendenti e aspiranti tali bianchi. È la prima volta che l’agenzia afferma in modo così esplicito che i programmi DEI possano configurare una forma di discriminazione “al contrario”.

Nike non è un bersaglio casuale. Il marchio è da anni simbolo di un capitalismo apertamente impegnato su temi sociali e identitari: dalle campagne con Colin Kaepernick, che le valsero l’ira di Trump nel suo primo mandato, fino alle partnership con superstar come LeBron James e Caitlin Clark. Una visibilità che oggi diventa un boomerang politico.

L’indagine rappresenta l’azione più rilevante intrapresa dall’EEOC sotto la presidenza di Andrea Lucas, nominata in un contesto di netta svolta ideologica. “Affrontare la discriminazione razziale e sessuale derivante dalla DEI è una priorità”, aveva dichiarato di recente. Non a caso, l’agenzia è ora a maggioranza repubblicana (2 a 1), mentre la denuncia originaria contro Nike risale al 2024, quando Lucas era ancora semplice commissaria.

Il caso è emerso pubblicamente con una mozione depositata mercoledì presso un tribunale federale del Missouri, con cui l’EEOC chiede di obbligare Nike a rispondere integralmente a una citazione in giudizio emessa lo scorso settembre. Secondo l’agenzia, l’azienda avrebbe fornito solo risposte parziali, rifiutandosi di consegnare documenti su licenziamenti, programmi di mentoring e tirocinio, percorsi di leadership e sviluppo della carriera, risalenti anche al 2018.

Nike respinge le accuse e parla di un’escalation “sorprendente e insolita”. In una nota, l’azienda afferma di aver già consegnato migliaia di documenti e di aver collaborato “in buona fede”, ribadendo l’intenzione di continuare a dialogare con l’agenzia federale.

Il tempismo non è dei migliori per il gruppo di Beaverton, racconta il New York Times. Nike sta cercando di uscire da una lunga fase di stagnazione, dopo anni di scelte strategiche discutibili. Nel 2024 ha cambiato amministratore delegato, richiamando dal pensionamento Elliott Hill per rimettere ordine nella struttura e rilanciare il core business sportivo. I primi segnali di ripresa ci sono stati ma restano le ombre, soprattutto sul mercato cinese.

Sul fronte DEI, Nike ha sempre rivendicato con orgoglio le proprie scelte. Nel 2021 aveva lanciato un piano quinquennale per rendere la forza lavoro più rappresentativa, legando anche una parte della retribuzione dei dirigenti a obiettivi di diversità, come il 35% di rappresentanza delle minoranze razziali negli Stati Uniti. L’azienda ha inoltre investito oltre un miliardo di dollari in fornitori diversificati e raddoppiato i fondi per lo sviluppo professionale delle minoranze.

Ora la partita si sposta nei tribunali. E non riguarda solo Nike: l’indagine dell’EEOC è un messaggio all’intero mondo corporate americano. L’era in cui la DEI era un asset reputazionale sembra finita.

FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)