La controversia va oltre il progetto: come la disputa con EuroChem è diventata un rischio sistemico per Maire


eurochem

Nei tribunali di diversi paesi – Regno Unito, Russia e India – prosegue lo scontro giudiziario tra la russa “EuroChem Severo-Zapad-2”, società controllata di EuroChem, e l’italiana Maire S.p.A. L’evoluzione del conflitto mostra come i procedimenti giudiziari e le restrizioni legali inizino a influenzare le condizioni di lavoro delle grandi aziende di ingegneria e dei loro partner finanziari.

Il primo a segnalare problemi legali non è il tribunale, ma la banca. Quando si tratta di grandi progetti immobiliari o ingegneristici, anche una controversia iniziata tra appaltatore e committente diventa rapidamente oggetto di attenzione da parte dei partner finanziari – banche, assicuratori e riassicuratori. Nel caso di “EuroChem Severo-Zapad-2” è esattamente questo che è successo: il conflitto legale delle parti ha iniziato a riflettersi sulle operazioni correnti – dai ritardi nell’emissione di garanzie bancarie all’inasprimento dei requisiti da parte degli assicuratori.

Brevemente sulla sostanza della controversia. La collaborazione tra uno dei maggiori produttori mondiali di fertilizzanti, EuroChem, e l’italiana Tecnimont (parte del gruppo Maire) era iniziata come un progetto industriale di successo. La prima fase – lo stabilimento “ EuroChem Severo-Zapad-1″ per la produzione di fertilizzanti azotati a Kingisepp nel Nord-Ovest della Russia – era stata completata nel 2019. Nel 2020 le parti hanno firmato un contratto per la seconda fase – un complesso per la produzione di ammoniaca e urea “EuroChem Severo-Zapad-2”, strettamente legato alle forniture verso l’Europa attraverso uno dei porti del Golfo di Finlandia.

Le prime difficoltà sono emerse già nel 2020-2021. Il cantiere è stato influenzato dall’aumento dei prezzi delle attrezzature, dalle interruzioni logistiche e dalle restrizioni legate al Covid, e entro la primavera del 2022 il ritardo rispetto al cronogramma superava i sei mesi. L’appaltatore, la società Tecnimont, ha notificato la necessità di finanziamenti aggiuntivi e poco dopo ha sospeso i lavori. Nel frattempo, l’export di fertilizzanti dalla Russia rimaneva escluso dal regime sanzionatorio dell’UE, il che formalmente permetteva di continuare la realizzazione. Successivamente il progetto è stato portato alla fase di completamento al di fuori del contratto originale: il complesso per la produzione di ammoniaca e urea inizierà le sue operazioni a settembre di quest’anno.

Poi il conflitto è passato al piano giudiziario. Nella prima fase dei procedimenti le decisioni si sono risolte a favore di Maire: nel luglio 2025 il tribunale arbitrale di Londra ha emesso una sentenza a favore di Tecnimont, ordinando a EuroChem di pagare circa €800 milioni, pari a circa il 30% del valore del contratto.

Quindi l’evoluzione della controversia si è complicata. La parte russa ha insistito che, a causa del contesto sanzionatorio, la causa dovesse essere esaminata nei tribunali russi, e le decisioni degli arbitrati stranieri non fossero esecutive. Di conseguenza EuroChem ha ottenuto in Russia provvedimenti giudiziari contro Tecnimont e la capogruppo Maire per oltre €2,2 miliardi, cifra che supera ampiamente il valore del progetto. I tribunali hanno inoltre disposto il sequestro di asset in Russia e hanno sottolineato di non avere intenzione di limitarsi alla giurisdizione nazionale per il recupero. Già nel gennaio 2026 i procedimenti per il sequestro di beni di Maire–Tecnimont sono stati accolti dai tribunali in India e Malesia, dove l’azienda partecipa alla costruzione di impianti dell’industria petrolifera e del gas.

Per il mercato ciò che diventa cruciale non è l’esito stesso dei processi giudiziari, ma i loro effetti collaterali. Le battaglie legali complicano sostanzialmente l’infrastruttura di qualsiasi operazione: le banche esitano nel rilasciare garanzie, gli assicuratori aumentano le tariffe e i regolatori nazionali intensificano il volume di controlli e autorizzazioni. Anche in presenza di un contratto, banche e assicuratori iniziano ad agire con maggiore cautela: le decisioni si allungano, i finanziamenti diventano più costosi e l’appaltatore viene valutato soprattutto in relazione ai possibili oneri legali.

In questa configurazione il rischio assume ormai un carattere non progettuale, ma sistemico: sotto attacco si trova non un singolo cantiere, ma la stessa strategia di export di Maire. Per le aziende committenti ciò che è decisivo non è la regolamentazione formale, ma la gestibilità del progetto – la capacità dell’appaltatore di mantenere il ritmo dei lavori in condizioni di procedimenti giudiziari paralleli in diverse giurisdizioni. In tali casi i committenti, di norma, richiedono garanzie aggiuntive, rafforzano la copertura assicurativa o danno preferenza ad appaltatori che non comportano rischi legali collaterali.

E Maire, suo malgrado, diventa un esempio lampante – sia per altri appaltatori europei, sia per committenti dei paesi in via di sviluppo, che sempre più spesso valutano non tanto l’esperienza e il prezzo, quanto i rischi legali connessi a possibili complicazioni giudiziarie e sanzionatorie.