Alt-rock, elettronica, jazz, folk, post-grunge, influenze classiche e mediorientali: esce LEVIA GRAVIA, il debut album dei toscani ESERA
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Un lavoro dalle contaminazioni vastissime: dall’elettronica al folk, dal jazz al trip-hop; dall’art rock al post-grunge, con influenze classiche e mediorientali. Un viaggio sonoro introspettivo, con testi che raccontano il perdersi nel deserto della fragilità umana.
Una riflessione sul paradosso dell’esistenza, che è un continuo susseguirsi di superficie e profondità, di dolore e piacere, di vita e morte. «Ovunque ci sia uno dei due elementi, esiste forzatamente anche l’altro, come vincolo di esistenza del primo. L’uomo balla fra questi estremi, in profonda tensione. Ed è proprio questa tensione che rimbomba e pervade ogni brano del disco, che in ogni dettaglio risulta carico di gravità».
Tra gli incastri e le crepe della vita, un urlo di verità nuda e indifesa.
La focus track del disco è anche il suo incipit: “La cattedrale nel deserto”, un brano mistico, potente e totalizzante.
La seconda traccia è Fame, “il dolce latte dell’avversità”: più ne bevi, meno sazia. Un legame spezzato, un fuoco debole che si alimenta di finzioni, sguardi e giochi disgustosi. L’esigenza di avere qualcosa o qualcuno, pur di non restare senza nulla.
Il disco è stato anticipato dai doppi singoli “Cu Ti Lu Dissi / KaleÍ” e “Purificami/Male Muse”. A proposito di questi brani gli ESERA hanno raccontato:
« ‘Cu Ti Lu Dissi’ è un antico canto siciliano rivisitato in chiave elettronica, che conserva tutta la sua intensa e originaria emozione, come l’eco profonda di un amore che, proprio come la vita, è destinato a finire. È stato il brano a scegliere noi, non viceversa.
‘KaleÍ’ (dal greco καλέω, chiamare a sé) è un viaggio di inquietudine e vertigine, un pezzo che parla della disperazione dovuta a un senso di vuoto che ti preme alle tempie, che “ti chiama”, per cui qualsiasi via d’uscita diventa salvezza».
«‘Purificami /Male Muse’ è un dittico di carne e spirito, odio e resa. Due inni alla contraddizione umana».
“Purificami” è una nenia eterea e corrotta, mistica e carnale come l’odio di chi la canta. Prendendo le mosse dall’omonimo brano ecclesiastico, “Purificami” esplode come un rito profanato, un canto di liberazione soffocato dalla violenza dell’oppressione.
“Male Muse” è l’estasi della dissoluzione, dove il ritmo diventa preghiera e i corpi si perdono nel buio.
“Amarire”, la traccia n.4, è il brano più riflessivo e introspettivo di “Levia Gravia”. Un limbo sonoro in cui i riferimenti ritmici sembrano dissolversi. Una parabola che cela un significato prezioso e tetro: il peso di una vita in cui è costante il presagio della fine, il tempo che corre superandoci senza concederci tregua.
Ancora, “Ah, ch’infelice sempre”, adattamento steampunk di una cantata di Vivaldi, il Barocco che si fa elettrico. Uno dei brani che permette di mettere meglio a fuoco l’essenza del progetto. Una melodia lamentosa, sconsolata e dolce: quello che sentiresti risuonare nel cerchio dei lussuriosi dell’Inferno di Dante.
E infine “Outro”, la silloge di “Levia Gravia”: il canto si ritira in voce narrante, rilasciando le tensioni dell’intero disco. La parola resta sola, nel deserto, mentre la musica si apre in un’architettura armonica che conduce alla fine. Non una conclusione, ma una soglia: tra assenza e potenza, tra levità e gravità.