Il successo finanziario di Rocco Commisso negli Stati Uniti è stato addolcito, un alieno raccontato sempre sul filo dei cliché. In Italia è stato dirompente: ha investito soldi veri nel calcio, che non ha ricambiato
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Quando Rocco Benito Commisso atterra a Firenze il 6 giugno 2019 ci mette dieci minuti a piantare la sua bandierina da alieno nel calcio italiano. “Io c’ho un motto! Rocco non fa promesse che non può… – pausa teatrale – mantenere!”. Poi si volta verso una giornalista con la camicetta a righe: “Ma che sei juventina?“. “Chiamatemi Rocco”, dirà poi inaugurando una discreta sequenza di titoli gratis regalati alle redazioni sportive. Commisso è stato raccontato soprattutto nella sua dirompenza istrionica, per cliché abbinati alla macchietta italo-americana, con gli strafalcioni comici e le incazzature facili. La Fiorentina era una piattaforma ideale per questa impresa lunare: pretesa antitesi del potere, provincia buona del pallone italiano, città del mondo. In due anni è stato stroncata la gestione made in America dei viola: Commisso muore quasi due anni dopo Joe Barone, che di anni ne aveva 58 anni.
“Rocco” il Presidente fuori scala, dunque, ma anche fuori moda e fuori misura. Pacchiano, accentratore, teatrale. E anche abbastanza mistificato: la sua favola finanziaria non lo è mai stata del tutto. Però suonava benissimo: calabrese di Marina di Gioiosa Ionica, emigrato negli Stati Uniti a dodici anni per raggiungere il padre falegname, all’inizio non aveva nemmeno i soldi per le scarpe. Studio, lavoro, sacrificio. E il pallone: la borsa di studio alla Columbia University. Negli anni Settanta mette su una discoteca nel Bronx, l’Act III: “Portai negli Stati Uniti i Camaleonti, Gianni Nazzaro, i Cugini di Campagna”. Il pantone è quello della tradizione paisà, color seppia.
Il salto nella finanza, Chase Manhattan e Royal Bank of Canada, il sogno di Wall Street e la doccia fredda: “Non sei né ebreo né irlandese. Gli italiani qui non contano”, racconta che gli disse un amico. E allora ecco la tv, ma non i contenuti: proprio il contenitore, anzi l’infrastruttura fisica. Il cavo, la Cablevision che negli Stati Uniti era LA televisione. Nel 1995 fonda Mediacom indebitandosi fino al collo ed ecco il bivio della storia. C’è la lettura ufficiale con le paillettes: l’intuizione di investire sulla fibra ultrarapida nelle zone dimenticate d’America, un milione di chilometri di cavi, banda ultralarga ovunque. Il successo. Oppure l’altra, la fredda cronaca dei numeri.
Salvatore Napolitano l’ha ricostruita per Il Napolista, attraverso i documenti depositati presso la Sec, la Consob americana. Come ad esempio le 1.324 pagine di un prospetto informativo del 19 giugno 1998, necessario per ottenere il via libera a un prestito obbligazionario di 200 milioni di dollari. “Mediacom – scrive Napolitano – nasce e resta in vita grazie a un gigantesco flusso di finanziamenti, oggettivamente spropositato rispetto alle proprie dimensioni. La strategia è esplicita sin dagli albori: acquisire aziende proprietarie di sistemi tv via cavo, in non eccellenti condizioni economico-finanziarie, che si trovino nelle aree meno popolate degli Usa, ma con alta probabilità di sviluppo demografico. Un’idea né innovativa né tempestiva: infatti, la tv via cavo era nata negli Usa verso la fine degli anni Quaranta, aveva conosciuto un forte sviluppo negli anni Settanta e Ottanta, ma a metà degli anni Novanta era ormai in stagnazione e cominciava a soffrire la concorrenza del satellite, mentre sullo sfondo si stagliava internet. Per attuare la strategia occorrono soldi, montagne di soldi, di cui Mediacom non dispone, essendo partita con un patrimonio netto di soli 5,49 milioni. Nonostante ciò, entro il 1999 riesce a completare l’acquisto di 10 società, mettendo sul piatto ben 1,192 miliardi”.
“Alla fine del 1999, Mediacom vanta 719mila abbonati. E quanti erano quelli ereditati dalle società fagocitate? 716mila: insomma, un incremento dovuto a parenti, amici e conoscenti. Né vanno meglio i conti: i ricavi sono cresciuti dai 5,41 milioni del 1996 ai 176,05 milioni del 1999, ma altrettanto hanno fatto le perdite, passate da 1,95 a 81,32 milioni. Eppure, il 4 febbraio 2000, Mediacom è quotata al Nasdaq.
Napolitano descrive Mediacom come “un po’ imbucata alla festa, che tuttavia dispone di uno stuolo di accompagnatori importanti: Credit Suisse First Boston e Salomon Smith Barney sono alla guida del consorzio – di cui fanno parte anche Goldman Sachs, Merrill Lynch e Chase Securities – che garantisce il buon esito del collocamento di 20 milioni di azioni” del valore di 78 centesimi collocate una prima volta a 19 dollari e una seconda a 15,22 dollari. Incasso lordo di 455,08 milioni e netto di 432,89. “L’apparizione di Mediacom al Nasdaq dura pochi anni: il 4 marzo 2011 abbandona il mercato e Commisso ne diventa il padrone assoluto. Bilancio per gli azionisti? Zero dividendi incassati e prezzo finale di 8,75 dollari”.
La vera storia di Mediacom è questa: nel 2000 acquisisce altre 9 società con 53mila abbonati per un esborso complessivo di 109 milioni. Il fatturato cresce fino a 1,10 miliardi, “ma altrettanto fanno le perdite, salite nel 2005 a 222,23 milioni, mentre il debito netto sfonda di poco i 3 miliardi. Tre anni dopo, alla fine del 2008, le perdite complessive dall’inizio dell’attività ammontano a 1,20 miliardi, il debito netto è a 3,25 miliardi e il patrimonio netto è addirittura negativo per 346,64 milioni. Grazie alla legislazione fiscale “il beneficio, pari a ben 662,4 milioni, fa risultare un utile di 744,07 milioni, riportando in positivo il patrimonio netto, a 265,03 milioni, ma, non avendo carattere monetario, non influisce sul debito netto, salito a 3,28 miliardi”. Poi Mediacom esce dal Nasdaq e così sfuma anche la trasparenza obbligatoria dei bilanci. I dati si interrompono il 23 febbraio 2022.
Il calcio per Commisso è una linea di credito laterale, il “primo amore” che la retorica di settore da sempre assegna agli imprenditori che ci si buttano a capofitto. Prima i New York Cosmos, con l’illusione di sfidare la MLS e rilanciare il mito di Pelé e Chinaglia. Va male. Anzi, malissimo. Il soccer americano lo irrita: niente promozioni, niente retrocessioni, niente meritocrazia. “È stato americanizzato”, sbraita non cogliendo il paradosso: anche lui è un americano mai del tutto “americanizzato”. A quel punto, con 4,5 miliardi di patrimonio e il demone dell’emigrante sulle spalle, torna a casa: la Fiorentina. Vuole “sciacquare il tifo in Arno”. Le battute sulla Juventus diventano un rituale, la foto con la sciarpa “Juve merda” pure.
Si accapiglia con gli arbitri, con la burocrazia italiana, con la politica. Detta l’agenda, si prende i titoli, va in Federazione, parla con Gravina, parla con i giornali soprattutto. E investe: il Viola Park inaugurato nell’estate del 2024 – “la casa della Fiorentina” – gli costa 120 milioni di euro. 20 ettari, 12 campi di allenamento, strutture mediche, palestre e settore giovanile e squadra femminile. Ci sarebbe stato anche il nuovo stadio, visto che “il Franchi fa schifo”, diceva. Ma nella realtà la burocrazia vince sempre. “Devo restituire qualcosa all’Italia”, resta il suo ultimo desiderio mai ricambiato. Lascia la Fiorentina in zona retrocessione, nell’anno del centenario. Le favole, quelle vere, non finiscono mai così.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)