Sepsi: aspirina inefficace e con alto rischio emorragico


Un trial clinico di fase II condotto in Brasile ha dimostrato che l’aspirina (acido acetilsalicilico) non apporta benefici significativi nel trattamento della sepsi

Una terapia regolare con aspirina sembra avere un effetto protettivo contro alcuni tumori ereditari del colon-retto legati alla sindrome di Lynch

Un trial clinico di fase II condotto in Brasile ha dimostrato che l’aspirina (acido acetilsalicilico) non apporta benefici significativi nel trattamento della sepsi. I ricercatori hanno osservato che l’uso di questo farmaco non riduce l’intensità della disfunzione d’organo rispetto al placebo e, anzi, aumenta il rischio di sanguinamenti severi. I risultati sono stati presentati durante il congresso della Society of Critical Care Medicine e pubblicati contemporaneamente sulla rivista Critical Care Medicine.

Lo studio ASP-SEPSIS è stato condotto su 166 pazienti ricoverati in terapia intensiva con sepsi da meno di 48 ore e almeno una grave disfunzione d’organo. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere 200 mg di aspirina al giorno o un placebo per una settimana. Nonostante l’ipotesi iniziale dei ricercatori, i risultati hanno mostrato che il farmaco non ha determinato un miglioramento significativo del punteggio Sequential Organ Failure Assessment (SOFA), un indice che misura la gravità della disfunzione d’organo nei pazienti critici.

Meccanismo d’azione e ipotesi iniziali
L’aspirina è un farmaco noto per le sue proprietà anti-infiammatorie e antiaggreganti piastriniche. Il suo meccanismo d’azione principale consiste nell’inibizione dell’enzima cicloossigenasi (COX), con conseguente riduzione della sintesi di prostaglandine e trombossani. Questo effetto si traduce in una riduzione dell’infiammazione e della capacità di aggregazione delle piastrine, limitando la formazione di microtrombosi.

Nel contesto della sepsi, i ricercatori avevano ipotizzato che l’aspirina potesse contrastare alcune delle alterazioni fisiopatologiche tipiche della malattia, tra cui la disregolazione infiammatoria, il danno endoteliale e l’ipoperfusione tissutale. Tuttavia, i dati dello studio non hanno confermato questa teoria.

Risultati del trial: nessun miglioramento clinico
L’analisi primaria ha evidenziato che la variazione media del punteggio SOFA tra il giorno 0 e il giorno 7 (o alla dimissione/decesso) è stata simile nei due gruppi: -1,37 nel gruppo aspirina e -0,73 nel gruppo placebo (differenza aggiustata 0,60, IC 95% -0,55 a 1,75, P=0,30). Anche gli endpoint secondari e terziari non hanno mostrato differenze significative: il numero di giorni senza ventilazione meccanica è stato pari a 13 in entrambi i gruppi, mentre la mortalità a 28 giorni è risultata del 32% con aspirina e del 36% con placebo.

Un dato preoccupante emerso dallo studio è stato l’aumento del rischio di sanguinamenti severi nei pazienti trattati con aspirina. Eventi emorragici maggiori si sono verificati nel 9,8% dei pazienti del gruppo aspirina rispetto all’1,2% del gruppo placebo (P=0,02). Inoltre, cinque pazienti trattati con aspirina e uno del gruppo placebo hanno richiesto trasfusioni di sangue.

Prospettive future: il dibattito resta aperto
Nonostante i risultati negativi, alcuni esperti ritengono che la ricerca sull’aspirina nella sepsi non sia ancora conclusa. Ken Tegtmeyer, medico presso il Cincinnati Children’s Hospital Medical Center, ha osservato che il dosaggio utilizzato nello studio (200 mg al giorno) potrebbe essere stato troppo elevato per questi pazienti e che saranno necessari ulteriori studi con dosaggi diversi per escludere definitivamente un potenziale ruolo dell’aspirina nella sepsi.

L’interruzione precoce dello studio a causa degli eventi avversi ha limitato il numero totale di pazienti arruolati (109 previsti per ciascun gruppo), il che potrebbe aver influenzato la capacità di trarre conclusioni definitive. Tuttavia, alla luce dei dati disponibili, l’uso dell’aspirina nel trattamento della sepsi non appare giustificato e richiede ulteriori approfondimenti.