Nei pazienti con leucemia mieloide cronica in fase cronica ricaduti dopo una terapia di prima linea con TKI, olverembatinib ha mostrato un’efficacia promettente in fase 2
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Nei pazienti con leucemia mieloide cronica in fase cronica ricaduti dopo una terapia di prima linea con inibitori tirosin-chinasici (TKI) di prima o seconda generazione o intolleranti ad essi, il trattamento con il TKI di terza generazione olverembatinib ha mostrato un’efficacia promettente in uno studio di fase 2, i cui risultati sono stati presentati da Li Weiming, della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan (Cina) all’ultimo convegno annuale della American Society of Hemathology (ASH) a San Diego.
Olverematinib
Olverembatinib, un TKI di terza generazione attivo contro la proteina BCR::ABL, comprese un certo numero di sue mutazioni, inclusa la mutazione T315I, ha mostrato in studi precedenti di essere efficace con un profilo di sicurezza favorevole nei pazienti con leucemia mieloide cronica resistenti e/o intolleranti ad almeno due TKI o portatori della mutazione T315I.
L’obiettivo dello studio presentato all’ASH era valutare l’efficacia e la sicurezza di olverembatinib come trattamento di seconda linea in pazienti con leucemia mieloide cronica in fase cronica non portatori della mutazione T315I, trattati in prima linea con un TKI di prima o seconda generazione.
Lo studio
Lo studio ha coinvolto 43 pazienti adulti affetti da leucemia mieloide cronica in fase cronica resistenti (93,9%) o intolleranti (6,9%) al TKI di prima o seconda generazione utilizzato in prima linea.
I partecipanti sono stati trattati con olverembatinib alla dose di 40 mg a giorni alterni in cicli di 28 giorni fino alla progressione della malattia o al manifestarsi di una tossicità inaccettabile.
L’età mediana dei pazienti al basale era pari a 45 anni (range: 19-70) e il 69,8% del campione era di sesso maschile.
Nel 74,4% dei pazienti non è stata rilevata alcun tipo di mutazione e i TKI somministrati in prima linea includevano flumatinib (32,6%), imatinib (27,9%), nilotinib (25,6%) e dasatinib (14,0%).
Risposta citogenetica completa quasi del 75%
A un follow-up mediano di 16 mesi, tra i pazienti nei quali si è potuta valutare l’efficacia, il 74,1% ha ottenuto una risposta citogenetica completa e il 40,6% una risposta molecolare maggiore (MMR).
Tra coloro che erano stati trattati in prima linea con imatinib, il 50% ha raggiunto una risposta citogenetica completa e il 33,3% una MMR; fra quelli trattati upfront con un TKI di seconda generazione, invece, il 78,9% ha ottenuto una risposta citogenetica completa il 43,5% e una MMR.
Profilo di sicurezza favorevole
Sul fronte della sicurezza, sono stati segnalati eventi avversi seri correlati al trattamento nel 14% dei pazienti, tra cui riduzione della conta piastrinica (7%), anemia (2,3%) e piressia (2,3%). In un paziente è stata osservata ipertensione di grado 1 probabilmente correlata al trattamento e non si sono registrati decessi correlati al trattamento.
«Questi dati preliminari sembrano suggerire che olverembatinib può rappresentare una opzione terapeutica di seconda linea valida per i pazienti con leucemia mieloide cronica in fase cronica, soprattutto per coloro che in prima linea hanno subito un fallimento con i TKI di seconda generazione», ha concluso Weiming.
Bibliografia
L. Weiming, et al. Olverembatinib as second-line (2L) therapy in patients (pts) with chronic phase-chronic myeloid leukemia (CP-CML). ASH 2024; abstract 480. leggi