Dermatite atopica: con amlitelimab miglioramenti evidenti


Negli adulti affetti da dermatite atopica da moderata a grave l’anticorpo monoclonale sperimentale amlitelimab ha migliorato significativamente i segni e i sintomi della malattia

Negli adulti affetti da dermatite atopica da moderata a grave l'anticorpo monoclonale sperimentale amlitelimab ha migliorato significativamente i segni e i sintomi della malattia

Negli adulti affetti da dermatite atopica da moderata a grave l’anticorpo monoclonale sperimentale amlitelimab ha migliorato significativamente i segni e i sintomi della malattia con un buon profilo di sicurezza. I risultati positivi dello studio di fase IIb STREAM-AD sono stati condivisi da Sanofi in occasione del congresso 2023 della European Academy of Dermatology and Venereology (EADV).

Amlitelimab è un anticorpo monoclonale non depletivo completamente umano che si lega al ligando OX40 (OX40L), un regolatore immunitario chiave, con l’obiettivo di ripristinare l’equilibrio tra le cellule T proinfiammatorie e regolatorie. Ha il potenziale per rappresentare un trattamento di prima classe per una serie di malattie immunomediate e disturbi infiammatori tra cui dermatite atopica e asma da moderate a gravi.

Il farmaco è attualmente in fase di sperimentazione clinica e la sua sicurezza ed efficacia non sono state valutate da nessuna autorità regolatoria. Il programma di fase III nella dermatite atopica dovrebbe iniziare nella prima metà del 2024.

Lo studio STREAM-AD vs placebo
STREAM-AD è uno studio di fase IIb, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, che valuta amlitelimab in pazienti adulti con dermatite atopica da moderata a grave non adeguatamente controllata con le terapie topiche o dove tali terapie non sono consigliabili. Il trial è strutturato in due parti, entrambe in doppio cieco, la prima delle quali è un periodo di trattamento di 24 settimane e la seconda, ancora in corso, prevede un periodo di mantenimento/sospensione di 36 settimane.

L’endpoint primario è la variazione percentuale dell’Eczema Area and Severity Index (EASI) rispetto al basale a 16 settimane. Gli endpoint secondari chiave includono la variazione dell’EASI rispetto al basale a 24 settimane, la percentuale di pazienti con punteggio 0/1 (pelle libera o quasi libera da lesioni) nell’Investigator Global Assessment (IGA) con una riduzione di almeno 2 punti rispetto al basale a 16 e 24 settimane, la percentuale di pazienti con una riduzione di almeno il  75% rispetto al basale nell’EASI (EASI 75) a 16 e 24 settimane e la quota di pazienti con una riduzione media settimanale di almeno 4 punti vs basale nella scala numerica (NRS) del prurito di picco a 16 e 24 settimane.

Nella prima parte, i partecipanti sono stati randomizzati in rapporto 1:1:1:1:1 a ricevere amlitelimab sottocutaneo ogni quattro settimana alle dosi di 250 mg con dose di carico da 500 mg, 250 mg, 125 mg, 62,5 mg oppure placebo. Sono state arruolate 390 persone in Australia, Bulgaria, Canada, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Giappone, Polonia, Spagna, Taiwan, Regno Unito e Stati Uniti.

Riduzione significativa di segni e sintomi della dermatite atopica
Il trattamento sottocutaneo con amlitelimab ha prodotto miglioramenti statisticamente significativi nell’endpoint primario di variazione percentuale del punteggio EASI rispetto al basale a 16 settimane in confronto al placebo per tutte e quattro le dosi studiate. I pazienti trattati con amlitelimab 250 mg ogni 4 settimane con dose di carico hanno avuto la risposta numericamente più elevata rispetto al placebo, con una riduzione del 61,5% dell’EASI alla settimana 16 (P<0,0001) e del 64,4% alla settimana 24 (P<0,0001) rispetto al 29,4% alla settimana 16 e al 27,6% alla settimana 24 per il placebo.

Con amlitelimab sono stati osservati miglioramenti clinicamente e nominalmente significativi in tutti gli endpoint secondari chiave alle settimane 16 e 24, inclusi risposta IGA, EASI 75 e riduzione media settimanale del prurito di picco, ad eccezione della dose da 250 mg senza dose di carico nell’IGA 0/1 alla settimana 16 (p=0,0562).

Hanno raggiunto un IGA di 0/1 il 22,1% e il 45,5% dei pazienti trattati con amlitelimab 250 mg con dose di carico rispettivamente alle settimane 16 e 24, in confronto al 5,1% e all’11,4% dei pazienti trattati con placebo (P=0,0022 e P<0,0001). Con la stessa dose il 40,3% e il 54,5% dei soggetti ha ottenuto una risposta EASI 75 rispettivamente alle settimane 16 e 24 in confronto all’11,4% e al 17,7% del gruppo placebo (entrambi P<0,0001).

Con tutte le dosi, alle settimane 16 e 24 il trattamento con amlitelimab ha ridotto sostanzialmente i livelli basali elevati dei biomarcatori della malattia, tra cui interleuchina (IL)-13 e TARC (thymus and activation-regulated chemokine) correlati a Th2, IL-17A e IL-22 correlati a Th17/Th22, così come la conta degli eosinofili nel sangue, con riduzione significativa osservata già alla settimana 4 nel braccio da 250 mg con dose di carico.

Amlitelimab è stato ben tollerato a tutti i dosaggi e non sono stati identificati nuovi problemi di sicurezza. I tassi complessivi di eventi avversi emergenti dal trattamento (TEAE) sono stati del 67,4% per amlitelimab e del 60,3% per il placebo. I più frequenti con il trattamento attivo rispetto al placebo sono stati rinofaringite (11,0% vs 9,0%) Covid-19 (7,7% vs 6,4%) e cefalea (6,1% vs 2,6%). Il peggioramento della dermatite atopica è stato osservato più spesso con il placebo (38,5% vs 17,1%). Non sono stati osservati eventi avversi come febbre o brividi, ulcere orali o problemi di congiuntivite.

«Questi sono risultati entusiasmanti per i pazienti con dermatite atopica da moderata a grave che continuano a soffrire di sintomi tra cui prurito persistente e lesioni cutanee, nonostante le opzioni di trattamento disponibili. Con tutte e quattro le dosi studiate abbiamo riscontrato miglioramenti costanti in importanti segni e sintomi della malattia, con un profilo di sicurezza insignificante» ha commentato Stephan Weidinger, Presidente del Dipartimento di Dermatologia e Allergologia, Ospedale universitario Schleswig-Holstein. «Questi dati si aggiungono al crescente numero di evidenze che il targeting di OX40L potenzialmente arresta la cascata infiammatoria attraverso molteplici percorsi, con conseguenti benefici significativi per i pazienti».