Pensioni: la rivalutazione in arrivo nel 2023 è una beffa


Pensioni, dal 2023 arriva la maxi-rivalutazione degli assegni, aumenti del 7,3% contro l’inflazione. Ma l’aumento è una beffa: pochi spicci alle minime, sorridono i ricchi

Decreto Aiuti: dal Governo Draghi arriva il bonus di 200 euro una tantum per i pensionati e per i dipendenti con reddito fino a 35mila euro

Più soldi ai ricchi, meno ai poveri. Sembra ispirarsi a Robin Hood, ma al contrario, la rivalutazione delle pensioni che scatterà il prossimo anno. Sia chiaro, per i pensionati sono comunque buone notizie. Dal primo gennaio riceveranno un consistente aumento, ma a guadagnarci di più saranno i ‘ricchi’ rispetto a chi deve vivere con un assegno mensile di poco più di 500 euro.

DI QUANTO AUMENTANO LE PENSIONI

Andiamo con ordine. Il governo Draghi ha deciso circa un anno fa di rivalutare le pensioni, per aiutare a fronteggiare i prezzi galoppanti. Si tratta cioè di una misura anti-inflazione. L’aumento sarà del 7,3%, e non era scontato. Dopo il cambio dell’esecutivo, si poteva temere che il nuovo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non confermasse la maxi-rivalutazione. E invece il 9 novembre scorso ha dato il via libera alla misura.

Il meccanismo di calcolo, che porta nelle tasche dei pensionati circa una mensilità in più all’anno, prevede aumenti molto diversi a seconda delle pensioni. La crescita degli assegni, come si legge in una simulazione del sindacato dei pensionati della Cgil, lo Spi, va da un minimo di 39 euro al netto dell’Irpef, a un massimo di 171 euro.

Il calcolo si ispira a un criterio di progressività contenuta. La qual cosa significa che le percentuali di recupero del reddito variano tra assegni più alti e quelli più bassi. In modo che il recupero per i più bassi sia proporzionalmente più alto che per gli assegni più cospicui. La rivalutazione è del 100% per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo, del 90% da quattro a cinque volte e del 75% per quelle superiori a cinque volte.

LO STRABISMO DELLA NORMA SULLE PENSIONI

Quindi, come detto, una progressività c’è. Ma salta all’occhio uno ‘strabismo’ della norma, che premia con pochi spiccioli i redditi medio bassi (tra pensioni minime e pensioni a mille euro, che costituiscono il grosso delle pensioni italiane, gli aumenti vanno da 39 a 62 euro). Per pensioni ben più alte, chi prende 2.215 euro al mese, l’anno prossimo si vedrà aumentare l’assegno di ben 129 euro arrivando a 2.344, chi prende 2.838 avrà un aumento addirittura di 171 arrivando a 3.009.

Insomma, spiega la Dire (www.dire.it), l’effetto finale è veramente blando per i redditi bassi. Ed è un paradosso, perché si tratta di una misura contro l’inflazione. Ora, è a tutti noto che l’inflazione è la tassa occulta che colpisce soprattutto i redditi più bassi. E non c’è bisogno di scomodare la rigida curva dei beni di lusso, per scoprire che chi è abituato a consumi più dispendiosi, soffre meno il caro-vita. Forse era il caso di modulare la curva degli aumenti in modo da dare più soldi alle pensioni che vanno dalle minime fino a mille euro, e tagliare di molto la fetta riservata a pensioni alte.