Ciclismo: lo “Squalo” Vincenzo Nibali si ritira


Vincenzo Nibali lascia la bici in Lombardia: l’addio dell’ultimo eroe “antico” del ciclismo, l’unico italiano dopo Gimondi a completare la tripla corona

nibali

“Non ha l’aura da arcangelo caduto, non ha tatuaggi, bandane, orecchini. Non fa trasparire rabbia, emozione, sembra non sapere cosa fare delle braccia, sul traguardo”. Gianni Mura dipinse Vincenzo Nibali che ancora correva, mentre costruiva sulla fatica una carriera da miglior ciclista italiano di questo secolo. L’unico italiano dopo Felice Gimondi a completare la tripla corona, il Grande Slam del ciclismo: Vuelta di Spagna, Giro d’Italia e Tour de France. Più – mancia – tre classiche monumento: una Milano-Sanremo e due Giri di Lombardia. Ha chiuso proprio in Lombardia, 24esimo. Giocando sul tormentone che recita ironicamente in prima persona: “il più forte in tutto, super in niente”.

In diciotto anni di professionismo Nibali ha pedalato, in gara, per oltre 220mila chilometri (quasi 100mila chilometri solo in Italia) e gareggiato per più di mille giorni. Ha completato una corsa in tutti i cinque continenti. Partì in fuga alla prima gara, il Trofeo Laigueglia del 2005, e non s’è più fermato. Nel 2010 vinse la Vuelta, tre anni dopo il suo primo Giro, l’anno successivo il Tour de France. Lo chiamavano lo Squalo. L’ultima vittoria è arrivata nel 2021, al suo Giro di Sicilia. In mezzo tre cadute stronca-carriera, e qualche sconfitta dolorosa.

Le sue salite, le discese, le fughe e le rimonte: c’è un po’ di Nibali in Pogacar, van der Poel, van Aert e Evenepoel. E’ stato un prototipo antico del ciclismo contemporaneo. Non un velocista, non un animale da tappe. Semplice, ma moderno. Fisiologicamente spettacolare. Eroico, anche quando l’eroismo del ciclismo era stato sepolto dagli anni del doping.

“Qualche corsa la farò ancora – ha detto – Magari con la gravel e la mountain-bike, per divertirmi”. Ora tocca a lui, se l’è meritato.