Funzione endoteliale compromessa dal Covid


Funzione endoteliale compromessa nella fase di convalescenza dal COVID-19: gli ultimi dati dalla ricerca scientifica

ciclobenzaprina disturbi post-traumatici variante omicron zero-17 remdesivir

Studi condotti durante la pandemia da COVID-19 hanno dimostrato che la sintomatologia di questa malattia è dovuta principalmente all’azione del virus sull’endotelio, tessuto che riveste le pareti interne del cuore e dei vasi sanguigni e modula l’aggregazione piastrinica, i processi coagulativi, la risposta all’infiammazione, regola le resistenze vascolari, protegge dall’effetto nocivo dei radicali liberi dell’ossigeno.

Una sperimentazione condotta sui pazienti COVID ricoverati nella terapia sub intensiva Covid dell’ospedale Cotugno di Napoli grazie ad una collaborazione tra l’Ospedale Cotugno ed il consorzio ITME (International Translational Research and Medical Education), creato dall’Università Federico II in collaborazione con l’Albert Einstein Institute of Medicine di New York, e con l’importante coinvolgimento di Damor, storica azienda farmaceutica italiana,  ha confermato il ruolo centrale dell’endotelio dimostrando che con la supplementazione di L-arginina, aminoacido che presiede la produzione di ossido nitrico e citrullina da parte della cellula endoteliale, si sono dimezzati i tempi di degenza ospedaliera e si è ridotta la necessità del supporto ventilatorio.

Più recentemente, l’unità di Day Hospital della Fondazione Policlinico Universitaria Agostino Gemelli di Roma che segue i pazienti con COVID-19 in fase post-acuta, ha osservato in uno studio condotto su 658 pazienti che a distanza di tre mesi dalla negativizzazione del test molecolare è ancora presente disfunzione endoteliale la cui entità correla con la gravità della pregressa infezione da COVID-19.

Alla luce della ben nota relazione tra disfunzione endoteliale e rischio cardiovascolare, questa osservazione risulta estremamente utile per spiegare il dato pubblicato su Nature, che l’infezione da COVID-19 determina un aumento delle probabilità di andare incontro ad eventi cardiovascolari nell’anno seguente la guarigione dall’infezione ed apre un’importante prospettiva per l’utilizzo della L-arginina per il trattamento a lungo termine dei pazienti che sono stati affetti da COVID-19.