Vintage: Vinokilo arriva in altre due città


Moda vintage un tanto al chilo: Vinokilo di Robin Basler continua la sua espansione in Italia e arriva anche ad Ancona e Monza

Come aprire un negozio vintage online

Acquistare abiti vintage, pagandoli un tanto al chilo: è questa la formula di «Vinokilo» che ha animato spazi abbandonati nelle grandi stazioni ferroviarie di Milano, Torino e Terni, per continuare nelle prosime settimane con Ancona e Monza.

Robin Basler, il fondatore del marchio “Vinokilo” e che Forbes ha per questo inserito nella classifica degli under 30 impegnati in progetti di rilievo sociale, dice di voler regalare agli acquirenti un’esperienza e anche un’alternativa agli sprechi della fast fashion. Confessa che è stata la gente che ha partecipato alle prime edizioni di Vinokilo in Germania a dare delle idee: hanno amato il recupero delle aree abbandonate e in molti spontaneamente si sono presentati alle location con musica e strumenti per cantare.

Così a Milano lo spazio occupato è stato quello che una grande catena di elettronica aveva lasciato in abbandono: all’interno i milanesi hanno trovato cappotti e trench, camice, giacche, borse, scarpe e cinture, dagli anni Sessanta agli anni Novanta e accuratamente selezionati. Ma anche una sezione handmade e vintage market, dove scoprire creazioni artigianali, oggetti di design, occhiali vintage e retrò e articoli realizzati da creativi provenienti da tutta Italia. si trova di tutto e di tutti gli stili. E poi tanta musica e anche qualche mostra dallo spirito anch’esso vintage.

Acquistare ‘al chilo’ è certamente vantaggioso e non solo perché, come piace alla Gen Z, dare una seconda vita ad un capo di abbigliamento contribuisce favorevolmente alla salute del pianeta, ma anche perché con un costo che potrà variare a seconda della qualità e della quantità degli articoli tra i 35 e i 45 euro al chilo sarà possibile farsi un guardaroba completo.

Si possono anche portare i propri capi usati per contribuire alla collezione della prossima vendita. Ovviamente dovranno essere lavati e in buono stato, ma c’è anche una clausola etica in più: non dovranno avere marchi del fast fashion, ossia delle catene di abbigliamento low cost che propongono capi alla moda a piccoli prezzi e che utilizzano materiali poco amici dell’ambiente.