Reumatologia alle prese con le migrazioni sanitarie


La reumatologia affronta frequenti episodi di mancata continuità terapeutica e migrazioni sanitarie interne per ricevere cure adeguate

La reumatologia affronta frequenti episodi di mancata continuità terapeutica e migrazioni sanitarie interne per ricevere cure adeguate

La reumatologia italiana è una delle eccellenze del sistema sanitario nazionale. Eppure persistono dei problemi organizzativi che rendono ulteriormente più complicata la vita a oltre 5 milioni e mezzo di pazienti reumatologici. In particolare si segnalano, in tutta la Penisola, frequenti episodi di mancata continuità terapeutica e migrazioni sanitarie interne per ricevere cure adeguate. “Sono vecchi problemi relativi alla nostra rete assistenziale che devono essere risolti al più presto e per farlo è necessario un dialogo costante e costruttivo tra rappresentati delle istituzioni, dei medici clinici e soprattutto dei pazienti”. E’ quanto emerso nel convegno “Pandemia e reumatologia: diagnosi precoce, cronicità, vaccinazione e continuità terapeutica. Insieme per un sistema sanitario nazionale sostenibile ed efficiente”.

“La “grande paura” dello scorso anno, legata al contagio da Covid-19 è per fortuna terminata – afferma Silvia Tonolo (Presidente ANMAR Onlus -. Grazie ai vaccini ed una situazione epidemiologica decisamente migliore i pazienti hanno ricominciato a recarsi negli ospedali e negli ambulatori medici per ricevere cure ed esami. Ciò nonostante la pesante “eredità” del 2020, in termini di diagnosi tardive e trattamenti non somministrati, continuerà a pesare sull’intero sistema sanitario nazionale. E sta ulteriormente complicando la già difficile situazione pre-pandemia soprattutto per quanto riguarda la continuità terapeutica. Un numero crescente di malati è costretto ad assumere un farmaco diverso da quello inizialmente indicato per la cura di gravi malattie come l’artrite reumatoide o le spondiloartriti. Dalla pratica dello switch, il passaggio da un biologico originator al biosimilare, siamo arrivati sempre di più a quella dello multiswitch. Nel nostro Libro Bianco, che abbiamo lanciato lo scorso anno, abbiamo già raccolto oltre 200 casi di passaggio da un primo ad un secondo biosimilare. Tutte queste modifiche di tipologia di farmaco sono solo dettate da motivi economici e non clinici. E’ una situazione che da malati, ma anche cittadini, non possiamo più tollerare”.

“Vogliamo ribadire con forza che l’eventuale sostituzione di un farmaco può essere svolta solo su decisione del medico prescrittore – commenta il prof. Mauro Galeazzi, Responsabile scientifico dell’Osservatorio CAPIRE -. La variazione di una terapia che funziona, e che sta dando risultati positivi, può avere effetti molto pericolosi sulla salute del singolo paziente. Diversi studi hanno evidenziato che il passaggio forzato da una molecola ad un’altra, simile ma non uguale, può indurre a effetti collaterali o alla ricomparsa della patologia”. “Recenti sentenze di alcuni tribunali italiani hanno ribadito l’importanza dell’autonomia decisionale del medico nell’indicare all’assistito la cura migliore – aggiunge Patrizia Comite, Avvocato Legale dell’Osservatorio CAPIRE di ANMAR -. In molte Regioni o singole ASL questo diritto è de facto non garantito ai clinici e di conseguenza anche ai pazienti. C’è poi il problema delle disomogeneità intra-territoriali e regionali. Spesso in alcuni territori mancano i farmaci di fascia H e ciò costringe malati e caregiver a “migrare” verso altre e più distanti strutture sanitarie. Tutto ciò è contrario ai più elementari principi costituzionali, e a nostro avviso, rende necessaria una partecipazione effettiva dei pazienti ai processi decisionali riguardanti il trattamento farmacologico per la cura di patologie croniche”.

Al convegno organizzato da ANMAR Onlus e dall’Osservatorio CAPIRE ampio spazio è dedicato anche al tema rilevante delle vaccinazioni. “Come sempre raccomandiamo ai nostri pazienti la somministrazione dell’antinfluenzale – sottolinea il prof. Francesco Ciccia, Ordinario di Reumatologia Università degli Studi “Luigi Vanvitelli” Napoli -. Per il secondo anno di seguito questa immunizzazione potrà aiutare a distinguere tra i contagi dal semplice virus dell’influenza stagionale da quelli più gravi e pericolosi del Covid. Per quanto riguarda invece la terza dose della vaccinazione anti-Coronavirus bisogna valutare ogni singolo caso. Non tutti i malati reumatologici sono immunodepressi in quanto solo alcuni utilizzano farmaci immunosoppressori. Spetta dunque allo specialista reumatologo indicare quando è necessario ampliare le protezioni contro un virus estremamente pericoloso”.

“Anche noi farmacisti svolgiamo un ruolo importante per tutte quelle uomini e donne alle prese con malattie croniche e potenzialmente invalidanti – conclude la dott.ssa Claudia Pietropoli, Consigliere Nazionale Federfarma -. Siamo spesso, insieme ai medici di famiglia, il personale sanitario a cui per primi si rivolgono i cittadini in caso di problemi di salute. Esistono dei campanelli d’allarme comuni a quasi tutte le malattie reumatologiche. Dal momento che la diagnosi precoce è fondamentale anche in quest’ambito medico dobbiamo riuscire a mettere in guardia i nostri pazienti e far comprendere come dietro ad un prolungato mal di schiena può nascondersi qualcosa di più grave”.