Tumore al pancreas e stili di vita: non c’è relazione


Non esiste correlazione tra stile di vita e insorgenza del tumore al pancreas secondo il prof. Sergio Alfieri, direttore del Centro chirurgico del Pancreas del Policlinico Agostino Gemelli

I risultati di uno studio di fase II hanno evidenziato che evinacumab contribuisce alla riduzione dell'ipertrigliceridemia grave e della pancreatite acuta

Il tumore al pancreas in Italia conta circa 13mila nuovi casi ogni anno e la sua incidenza è in aumento: si prevede che nel 2030 rappresenterà il secondo tumore per incidenza e mortalità. Purtroppo questo tumore rimane ancora oggi molto aggressivo, per due ragioni: sia per la sua biologia, perché nasce biologicamente aggressivo, sia perché spesso è diagnosticato in una fase molto avanzata, trovandosi il pancreas nella parte più posteriore del nostro addome, e dando a volte segno di sé quando ormai è già cresciuto e non si può più asportare chirurgicamente, ma si possono fare solamente delle terapie palliative”.

A parlare nel corso di una lunga intervista video rilasciata all’agenzia Dire (www.dire.it) è il professor Sergio Alfieri, direttore del Centro chirurgico del Pancreas del Policlinico Agostino Gemelli IRCCS di Roma e ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Alfieri, romano di 55 anni, con alle spalle diverse esperienze all’estero, nelle scorse settimane ha operato Papa Francesco per un intervento chirurgico programmato per una stenosi diverticolare sintomatica del colon.

Professor Alfieri, qual è il tasso di sopravvivenza del tumore al pancreas?

“Per tutte queste ragioni descritte, la sopravvivenza a livello globale è ancora oggi molto deludente: se consideriamo tutti i casi, quelli operati ma soprattutto quelli non operati, il 95% non arriva all’interventoSe pensiamo invece a quelli che riusciamo ad operare, allora la sopravvivenza è un po’ migliorata: il 35% dei pazienti a 5 anni dall’intervento è ancora vivo”.

Quali sono i principali fattori che possono contribuire all’insorgenza del tumore al pancreas?

“Dobbiamo essere molto diretti e onesti: non esiste oggi realmente una stretta correlazione tra comportamenti alimentari, stili di vita e insorgenza del tumore al pancreas, altrimenti sarebbe sufficiente modificare alcune nostre abitudini. Certamente il fumo e l’alcol, per esempio, sono due fattori che possono essere concausa all’insorgenza al tumore al pancreas, anche se non strettamente correlati”.

Quali sono i campanelli d’allarme e quanto è importante la prevenzione?

La prevenzione mi sta molto a cuore e quella per il tumore al pancreas è possibile ed è importante farla. Questo è uno dei motivi per cui il Centro che dirigo al Gemelli sta facendo un grosso lavoro con le associazioni dei malati del pancreas, come ‘Nastro Viola’ o la ‘Fondazione Nadia Valsecchi’, per far sì che la prevenzione diventi un fatto comune come per le altre neoplasie, penso a quella del colon retto o della mammella. È la compresenza di tre fattori, non presi singolarmente, che deve allarmare: un dimagrimento senza senza motivo, un dolore dietro alla schiena, la comparsa di un diabete improvviso. Questi tre fattori, associati, devono allertare il medico di medicina generale e il paziente. Purtroppo accade ancora che questi tre sintomi vengano presi poco in considerazione, allora si pensa a un mal di schiena, ad un diabete mellito oppure ad un semplice dimagrimento perché magari si sta invecchiando, con la conseguenza di arrivare alla diagnosi un anno dopo. E questo cambia moltissimo la sorte del paziente”.

Nell’ultimo anno e mezzo, a causa dell’emergenza sanitaria, c’è stato un calo degli interventi chirurgici. Quanti ne sono andati persi e qual è la situazione attuale?

“Il Covid ha stravolto le vite di tutto il mondo in tutti i settori, dall’economia alla medicina. A soffrire sono stati soprattutto i pazienti fragili, perché quando si rivolgevano per esempio ai centri specialistici del pancreas trovavano gli ospedali chiusi. Per cui c’è stata un’importante riduzione degli interventi chirurgici, con un calo del 30% nella prima fase della pandemia. Nei prossimi anni ci aspettiamo per questo un aumento dei pazienti che moriranno per un tumore al pancreas, perché non sono stati curati. Al Gemelli siamo però riusciti, in controtendenza, ad incrementare addirittura i pazienti che dovevano essere operati per un tumore al pancreas, rispondendo così ai bisogni di coloro che non trovavano spazio negli altri ospedali. A livello nazionale però il problema è stato enorme. Quello che invece ci ha insegnato la seconda fase della pandemia è che serve fare maggiormente rete tra i centri ad alta specialità che si occupano di tumore al pancreas. Su questo in Italia dobbiamo ancora lavorare e migliorare”.

Secondo lei è “imprescindibile” un approccio multidisciplinare” nella cura di questa malattia. Perché?

L’approccio multidisciplinare ormai è un modo di lavorare comune per tutte le neoplasie e deve essere obbligatorio, non serve più soltanto il bravo oncologo o il chirurgo che sa operare molto bene. Per il tumore al pancreas questo aspetto non solo è importante, ma imprescindibile. In un centro multidisciplinare come il nostro il paziente ha a disposizione più persone dedicate, dal chirurgo all’oncologo pancreatico, dal radiologo al radioterapista, dall’infermiere al nutrizionista fino allo psicologo. Tutte figure che si riuniscono una o due volte alla settimana e, insieme, decidono qual è la strategia terapeutica migliore per ogni paziente. Questo approccio è importante in ogni fase, da quella diagnostica a quella operatoria e post-operatoria. Non dimentichiamo che si tratta di un intervento complesso, che può comportare anche l’asportazione e la ricostruzione di vasi sanguigni importanti, e che nell’ambito dei centri ad alto volume ha tra un 2-3% di mortalità, ossia su 100 pazienti che si operano per delle complicanze, 2 o 3 non tornano a casa. Non solo: il 30-40% dei pazienti che vengono operati svilupperanno una complicanza post-operatoria. Insomma, un gruppo multidisciplinare cambia completamente le chances del paziente di uscire vivo e ben trattato dall’ospedale. Qui al Gemelli trattiamo più o meno 700-800 pazienti l’anno, di cui circa 140-150 possono essere sottoposti ad un intervento chirurgico”.

Parliamo infine di ‘My pancreas’, l’app dedicata ai pazienti con tumore al pancreas. Come è nata l’idea di metterla in piedi?

Il Covid ci ha aiutato a capire che lavorare da remoto, pensiamo alla diffusione che ha avuto lo smart working, è addirittura più produttivo. Anche la telemedicina ha fatto un salto avanti e noi abbiamo pensato di realizzare questa app che monitora da remoto i pazienti con tumore al pancreas sia in fase pre-operatoria, sia nel corso della degenza, sia a domicilio al rientro a casa. Il pancreas è una ghiandola che, una volta operata, comporta tutta una serie di sequele che determinano un costante contatto con i sanitari. Il sistema sanitario nazionale non riesce però a garantire un servizio h24 al paziente operato al pancreas, mentre ‘My pancreas’ assicura una presa in carico costante a 360 gradiÈ un’app interattiva grazie per esempio alla quale il paziente, in base alle risposte che dà ad alcune domande che gli vengono cadenzate giornalmente, segue varie direzioni e viene eventualmente contattato in caso di problemi tramite un sistema di alert. Questa app è stata costruita con il supporto di tutti gli specialisti e delle associazioni dei pazientie non è stato tralasciato neppure tralasciato l’aspetto psicologico, che mai deve essere dimenticato, perché il paziente non è solo carne, ossa e muscoli. ‘My pancreas’ è un’app recente e tra un anno conosceremo i feedback dei pazienti; qualcosa potrà essere corretta, ma la strada è già delineata e sicuramente non si torna indietro”.