Osteoporosi e romosozumab: le pazienti naive al trattamento rispondono meglio e precocemente secondo un nuovo studio giapponese
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Nelle pazienti affette da osteoporosi (OP) in postmenopausa, gli effetti precoci del romosozumab a 6 mesi sulla densità minerale ossea (DMO) della colonna lombare sono influenzati in modo significativo dalla differenza di trattamento pregresso e sono predetti anche dalle variazioni precoci dei marker di turnover osseo.
Queste le conclusioni di uno studio osservazionale non randomizzato giapponese, di recente pubblicazione su Bone, che potrebbero contribuire, se confermate in studi successivi, all’ottimizzazione della terapia in queste pazienti.
Razionale e disegno dello studio
Romosozumab, anticorpo monoclonare anti-sclerostina, è un farmaco innovativo anti-OP, in grado di aumentare la formazione ossea e, in misura minore, ridurre i processi di riassorbimento osseo. “In ragione di questa duplice azione peculiare – spiegano i ricercatori nell’introduzione allo studio – si ritiene che la finestra anabolica (ovvero la differenza tra i processi di formazione ossea e quelli di riassorbimento osseo), che determina l’effetto “netto” del trattamento, sia più ampia con questo farmaco rispetto alle altre opzioni terapeutiche disponibili per il trattamento dell’OP”.
Sulla base di queste considerazioni, i ricercatori hanno voluto saggiare la fondatezza dell’ipotesi di una ridotta risposta al romosozumab nelle pazienti con OP precedentemente sottoposte a trattamento antiriassorbitivo.
Per fare ciò, hanno preso in considerazione 130 pazienti con OP in postmenopausa, provenienti da diversi centri dislocati sul territorio del Giappone, che erano passate