Dopo Caravaggio, il Seicento napoletano in mostra a Prato


Al Palazzo Pretorio di Prato una mostra raccoglie un nucleo di opere del Seicento napoletano che raccontano l’impatto del Caravaggio su un gruppo di artisti della scena partenopea

Battistello Caracciolo, "Noli me tangere", 1618, Museo di Palazzo Pretorio
Battistello Caracciolo, “Noli me tangere”, 1618, Museo di Palazzo Pretorio

Un ingegnere elettronico con la passione per l’arte napoletana del Seicento da un lato, e alcune facoltose famiglie pratesi del diciassettesimo e diciottesimo secolo interessate alla pittura contemporanea dall’altro. Dall’incontro fra le loro collezioni d’arte nasce la mostra che inaugura il 14 dicembre a Prato, “Dopo Caravaggio. Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito”, organizzata dal Comune di Prato e curata da Rita Iacopino e Nadia Bastogi. L’esposizione raccoglie un compatto nucleo di opere – diciannove in tutto – che raccontano l’impatto determinante della pittura di Caravaggio su alcune delle personalità più rilevanti della scena artistica partenopea nel XVII secolo. 

Sono per lo più scene di vita sacra, con figure di santi e sante martiri, episodi biblici, personaggi in meditazione, tutti contraddistinti da un uso della luce di sapore caravaggesco, sapiente e intenso. Sedici di queste opere sono frutto della passione dell’ingegner Giuseppe De Vito, collezionista e studioso della pittura napoletana, che nel 2011, qualche anno prima della scomparsa, raccolse la sua ricca collezione (64 in tutto le opere) nella fondazione a lui intitolata, che ha sede nella villa di Olmo, vicino a Vaglia. Le altre tre tele in mostra invece fanno parte della collezione di Palazzo Pretorio (un corpus ricchissimo di oltre tremila opere che provengono da collezioni private, da chiese e altre istituzioni pubbliche), che nello specifico furono donate dalla famiglia pratese dei Vaj, alla metà del Seicento, e da quella dei Martini, commercianti di stoffe della fine del Settecento. Il tema del collezionismo si configura, dunque, come centrale nell’esposizione, dove la raccolta pubblica e quella privata, pur formatesi con modalità e in tempi diversi, raccontano storie di mecenatismo e di passione per l’arte del Seicento. 

Collezione FONDAZIONE DE VITO-Maestro dell'annuncio ai pastori (Juan Dò?), Giovane che odora una rosa, 1640-1645 ca., olio su tela cm. 104 x 79
Collezione FONDAZIONE DE VITO-Maestro dell’annuncio ai pastori (Juan Dò?), Giovane che odora una rosa, 1640-1645 ca., olio su tela cm. 104 x 79

Il periodo preso in considerazione è quello del “dopo Caravaggio”, dagli inizi del naturalismo napoletano, che ha in Giovanni Battista Caracciolo detto Battistello il primo e più coerente interprete e trova un impulso determinante nella presenza a Napoli dal 1616 dello spagnolo Jusepe de Ribera, per giungere, attraverso le declinazioni aggiornate sul classicismo romano bolognese e sulle correnti pittoriche neovenete di artisti come Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, a Mattia Preti, protagonista della scena artistica partenopea di metà secolo insieme a Luca Giordano. Sulle loro opere, già improntate al linguaggio barocco, matureranno ormai alle soglie del Settecento artisti come Nicola Malinconico, con il quale si chiude il percorso. 

L’incipit della mostra è rappresentato da due opere di Battistello Caracciolo, che fu in diretto rapporto col Merisi a Napoli e che per primo ne veicolò con una personale interpretazione il potente naturalismo luministico nell’ambiente partenopeo. Si tratta del “Noli me tangere” del 1618, proveniente dalla collezione di Palazzo Pretorio, e dei “San Giovannino” e “San Giovanni Battista nel deserto” che arrivano dalla collezione De Vito. 

 

Il secondo nucleo si concentra intorno a Jusepe de Ribera, artista spagnolo attivo a Napoli dal 1616 al 1652, figura determinante per lo sviluppo del filone più integrale del naturalismo caravaggesco in ambito partenopeo.  Di Ribera è presente un “Sant’Antonio abate” del 1638, mentre è in fase di restauro all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze il suo  “Giacobbe e il gregge di Labano”. Un altro importante gruppo di opere si caratterizza per le protagoniste femminili di episodi testamentari, quali la Samaritana al pozzo o le figlie di Loth che seducono il padre,  ma anche sante Martiri come Caterina, Orsola, Lucia, Agata. Tra queste il “Martirio di Sant’Orsola” di Giovanni Ricca, “Cristo e la Samaritana” di Antonio De Bellis o il “Matrimonio mistico di Santa Caterina” di Paolo Finoglio. 

L’ultima sezione si concentra sulla figura di Mattia Preti, protagonista della scena artistica partenopea di metà secolo, che contribuì a traghettare il naturalismo verso un linguaggio pienamente barocco di grande espressività pittorica. Di Preti, tra gli altri, sono presenti in mostra “Ripudio di Agar”, “Scene di carità con tre fanciulli” e “Deposizione di Cristo alla croce”.
 

La mostra è visitabile fino al 13 aprile 2020, info 057 424112, [email protected]