Mieloma multiplo: batteri intestinali influenzano la progressione


Studio rivela che alcune specie di batteri che vivono nell’intestino sono in grado di influenzare la progressione del mieloma multiplo che invade il midollo osseo

Studio rivela che alcune specie di batteri che vivono nell’intestino sono in grado di influenzare la progressione del mieloma multiplo che invade il midollo osseo

Attraverso la loro interazione con il sistema immunitario, alcune specie di batteri che vivono nell’intestino sono in grado di influenzare la progressione del mieloma multiplo che invade il midollo osseo causando dolore, anemia e fragilità ossea. A firmare la scoperta, per ora in gran parte limitata al modello animale della malattia, è il gruppo di Matteo Bellone dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano – una delle 18 strutture di eccellenza del Gruppo San Donato.

I risultati dello studio sostenuto da AIRC, appena pubblicati su Nature Communications, sono tra i primi a tracciare una linea di influenza diretta tra il microbiota intestinale e un tumore che ha sede in un altro organo, dimostrando la capacità di questi batteri di interagire a livello sistemico con tutto l’organismo. La scoperta identifica inoltre un marcatore che potrebbe predire l’aggressività della malattia nei pazienti ancora asintomatici e suggerisce l’efficacia di alcuni famaci antinfiammatori già in commercio nel rallentarne la progressione.

Il mieloma multiplo è un tumore molto aggressivo che colpisce le plasmacellule, le cellule del sistema immunitario responsabili della produzione di anticorpi: nei pazienti con mieloma multiplo queste si accumulano all’interno del midollo osseo, impedendo la sua normale attività di rigenerazione del tessuto sanguigno e indebolendo le ossa, con sintomi gravi. La malattia vera e propria è preceduta però da una fase indolente e asintomatica, in cui alcune plasmacellule hanno già acquisito caratteristiche tumorali e producono una proteina particolare, che può essere rilevata nel sangue e nelle urine dei pazienti, pur in assenza di altre manifestazioni patologiche.

Per capire cosa guida l’emergere del mieloma multiplo dalla fase asintomatica e come prevederlo, i ricercatori hanno studiato il modello animale della malattia, e in particolare il ruolo che può giocare la flora batterica intestinale. Gli scienziati hanno scoperto che una particolare specie di batteri presente anche negli esseri umani – la Prevotella heparinolytica – favorisce la moltiplicazione di alcuni linfociti infiammatori coinvolti nella progressione del tumore.

Secondo i risultati dello studio, questi linfociti, attivati nell’intestino, migrano nel midollo osseo, dove alimentano la proliferazione delle plasmacellule tumorali e favoriscono il passaggio della malattia dalla fase asintomatica a quella conclamata attraverso il rilascio di una molecola infiammatoria chiamata IL-17. «Visto il ruolo chiave che svolge nella progressione della malattia e i dati da noi ottenuti in un piccolo numero di pazienti, la IL-17 potrebbe diventare uno strumento predittivo: misurare la quantità di questa molecola nel midollo di pazienti asintomatici potrebbe costituire il primo marcatore di rischio, in grado di indicarci i pazienti in cui il mieloma multiplo è in procinto di manifestarsi», spiega Arianna Brevi, prima autrice della ricerca insieme ad Arianna Calcinotto.

Per mettere alla prova la loro ipotesi, i ricercatori hanno fatto due test: hanno bloccato IL-17 e altre molecole infiammatorie coinvolte nella progressione del tumore nel midollo, usando farmaci antinfiammatori già in commercio, e hanno modificato a monte la flora batterica dei topi, tramite antibiotici e il trapianto di specie batteriche ad azione antinfiammatoria. In entrambi i casi sono riusciti a rallentare il passaggio della malattia dalla fase asintomatica a quella conclamata.

«Pur trattandosi di risultati sperimentali, da confermare ulteriormente in ambito clinico, offrono nuove speranze: non solo di poter presto riconoscere i pazienti a maggiore rischio di sviluppare il mieloma multiplo, ma anche di poter agire in anticipo, riuscendo a contenere la malattia o almeno a rallentarne la manifestazione più aggressiva», conclude Matteo Bellone.

Il gruppo di ricerca ha lavorato grazie ai finanziamenti ricevuti da Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC).