Protesta dei Tir: dal 2009 nell’autotrasporto persi 70mila posti di lavoro

Cgia di Mestre: tra costi d’esercizio, concorrenza sleale e pagamenti in ritardo il settore è in ginocchio

protesta Tir
La protesta dei Tir ha interessato tutta Italia

ROMA – Ieri da Nord a Sud, in oltre venti città italiane, è scattata la protesta dei Tir contro il Governo. La mobilitazione degli autotrasportatori è la risposta delle associazioni di categoria ai silenzi del Governo su molti temi cruciali per il settore.

Tanti i temi al centro della mobilitazione: dai (lunghi e incerti) tempi di pagamento delle imprese ai fenomeni di abusivismo. Da quello che è di fatto un blocco delle autorizzazioni per i trasporti eccezionali all’assenza di una norma che tuteli le imprese italiane rispetto alla concorrenza sleale di quelle straniere.

E mentre il presidente di Conftrasporto, Paolo Uggè, non esclude nei prossimi giorni “forme di protesta anche più incisive di questa”, dalla Cgia di Mestre arrivano numeri che spiegano bene le difficoltà dell’autotrasporto.

Dal 2009 a oggi, secondo la banca dati dell’Infocamere-Movimprese, si contano quasi 21.000 attività in meno. Almeno 70mila addetti del settore hanno perso il posto di lavoro.

Assieme alle costruzioni, l’autotrasporto ha subìto i contraccolpi più negativi della crisi con il crollo della domanda, i costi di esercizio record, la concorrenza sleale praticata dai vettori stranieri e i pagamenti sempre più dilatati nel tempo. Un mix di criticità che ha portato alla protesta dei Tir.

Quello del trasporto su strada è un settore molto importante per l’economia del nostro Paese. Le 84.500 imprese del settore distribuiscono l’85,4% delle merci che viaggiano in Italia, contro una media dell’Ue a 28 di 10 punti inferiore. E a queste 84.500 realtà presenti sul territorio vanno aggiunte almeno altre 40.000 imprese prive di automezzi che svolgono quasi esclusivamente attività di intermediazione avvalendosi sempre più spesso a vettori stranieri.

La concorrenza sleale dei Paesi dell’Est

“Abbiamo i costi di esercizio più elevati d’Europa a causa di troppe tasse e di un deficit infrastrutturale che costa all’intero sistema economico oltre 40 miliardi di euro l’anno” sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo.

“Senza contare – aggiunge – che il settore è costretto a sostenere delle spese ingiustificate per la copertura assicurativa dei Tir, per l’acquisto del gasolio e per i pedaggi autostradali. Tutto ciò si è tradotto in un dumping molto pericoloso, in particolar modo per le aziende ubicate nelle aree di confine che subiscono la concorrenza proveniente dai vettori dell’Est Europa”.

Questi ultimi, infatti, hanno imposto una “guerra” dei prezzi che sta spingendo fuori mercato molti piccoli padroncini.

“Pur di lavorare, sempre più frequentemente i nostri viaggiano sottocosto con tariffe che mediamente si aggirano attorno a 1,10-1,20 euro al chilometro, mentre i trasportatori dell’Est – spesso in violazione delle norme sui tempi di guida, delle disposizioni sul cabotaggio e con costi fissi molto inferiori – corrono a 80-90 centesimi. È evidente che con questa disparità di prezzo molti autotrasportatori italiani sono stati costretti a gettare la spugna”.

“Non è un caso che la regione più colpita – esordisce il Segretario della Cgia, Renato Mason – sia stata il Friuli Venezia Giulia. Dal 2009 alla fine del 2016 il numero delle imprese attive è diminuito del 27%”.

Altrettanto preoccupante è stata le contrazione del 25,8% registrata in Piemonte, del 24,8% avvenuta in Toscana e del 24,7% maturata in Liguria. Anche tra il 2015 e il 2016 l’emorragia non si è fermata. Tutte le regioni presentano un segno meno.

Tir con le gomme a terra per i costi di esercizio più alti d’Europa

Le ragioni dello stato di agonia in cui versa l’autotrasporto sono molteplici. La voce costi, ovviamente, è tra le più importanti. Nel 2013, secondo l’ultima analisi elaborata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’Italia presentava il costo di esercizio per chilometro di un autoarticolato a 5 assi più alto d’Europa.

Se da noi era pari a 1,60 euro/Km, in Austria era di 1,57 euro, in Germania di 1,55, in Francia di 1,52, in Slovenia di 1,26, in Spagna di 1,22, in Ungheria di 1,08, in Polonia di 1,07 e in Romania addirittura di 0,93 euro.

Tra i costi che incidono maggiormente sul bilancio di un’attività di autotrasporto c’è il prezzo del gasolio (voce che mediamente incide per il 30% circa del fatturato), che in Italia è il più elevato di tutta l’area euro. Se da noi il prezzo alla pompa è attualmente di 1,402 euro/litro, la media nell’area euro si attesta su 1,230 euro/litro: 17,2 centesimi in meno che da noi.

Anche i pedaggi autostradali hanno subìto dei rincari del tutto ingiustificati. Se tra il 2009 e il 2016 l’inflazione è aumentata del 9%, i pedaggi, invece, sono cresciuti del 30,4%: addirittura 3 volte tanto.

I controlli su strada

Sebbene l’Italia, verso la fine del 2016, abbia aggiornato la normativa contro l’elusione di molti istituti contrattuali praticata soprattutto dalle aziende dell’Est Europa (distacco, somministrazione transnazionale), gli ultimi dati disponibili indicano che l’86,3% dei 330.000 controlli su strada effettuati dalla Polizia stradale nel 2015 ha interessato mezzi italiani. Il 12,3% veicoli di nazionalità europea e un altro 1,4% Tir residenti in paesi extra Ue.

Se si considera che le principali infrazioni contestate dalla Polizia stradale riguardano il trasporto abusivo, il superamento dei limiti di velocità e il mancato rispetto dei tempi di guida/riposo, in tutti e tre i casi emerge che l’incidenza percentuale di queste violazioni sul totale di quelle comminate per nazionalità è molto elevata tra gli stranieri e nettamente più contenuta tra gli italiani. Ciò vuol dire che tra i non italiani la regolarità e il rispetto delle attività di autotrasporto è nettamente inferiore a quella dei nostri camionisti.

I pagamenti non arrivano mai

La crisi di questi ultimi anni ha contratto la domanda aggregata e conseguentemente anche la produzione industriale. L’effetto di tutto ciò ha dato origine a una forte riduzione delle merci trasportate. Secondo un’elaborazione della Cgia su dati Aiscat, tra il 2009 (primo anno nero per i flussi) e il 2015 il traffico di veicoli pesanti nelle autostrade italiane è sceso di oltre 327 milioni di veicoli/Km (-1,8%). A partire dal 2014, comunque, c’è stata una prima inversione di tendenza che si è consolidata nel 2016. Nei primi 9 mesi dell’anno scorso rispetto allo stesso periodo del 2015, infatti, è stato registrato un aumento del traffico pesante del 4%.

Nonostante qualche timido segnale di ripresa, rimane ancora un grosso problema farsi pagare dai committenti entro tempi ragionevolmente brevi. Se le disposizioni europee stabiliscono che nelle transazioni commerciali tra imprese private il pagamento deve avvenire entro 60 giorni dall’emissione della fattura (o fino a 90 giorni se c’è l’accordo tra entrambe le parti), quando va bene i trasportatori italiani vengono pagati a 120/150 giorni. Una situazione che ha messo in seria difficoltà la stragrande maggioranza dei padroncini da sempre sottocapitalizzata e a corto di liquidità.