Quantitative Easing non basta a frenare il crollo dell’inflazione

Indagine Cgia di Mestre: nonostante il Quantitative Easing giù anche i prestiti alle imprese

Inflazione mai così alta dall’Agosto 2013 secondo gli ultimi dati Istat

ROMA – L’operazione Quantitative Easing avviata dalla Banca Centrale Europea il 9 Marzo 2015, a quasi due anni dal lancio, presenta un bilancio con più ombre che luci.

I massicci acquisti di titoli da parte della Bce, attualmente pari a 80 miliardi di euro al mese, non sono bastati infatti a risolvere i problemi nell’Eurozona, tra cui la bassa inflazione e la stretta dei prestiti alle imprese, in particolar modo in Italia.

A stilare il bilancio del Quantitative Easing, che ha lo scopo di riportare il tasso di inflazione al 2% e di ridare fiato all’economia, è l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Nell’area euro la Bce ha comprato finora titoli di Stato per 1.344 miliardi di euro (ultimo dato disponibile al 31 Gennaio 2017).

Ma i risultati non sono stati particolarmente positivi specie se si considera che, nell’ultimo anno, il livello medio dei prezzi nell’area dell’euro è cresciuto di appena lo 0,3%.

Anche in Germania e in Francia, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli che in Italia e dove i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati negli ultimi 12 mesi, l’inflazione è prossima allo zero (+0,4% per i consumatori tedeschi e +0,3% per quelli francesi).

E in Italia? Sebbene la Bce abbia acquistato 222 miliardi di titoli di stato italiani (dati al 31 Gennaio 2017 pari al 16,5%), l’inflazione nel 2016 è stata negativa (-0,1%), mentre i prestiti alle società non finanziarie (cioè alle imprese) sono scesi del 2,4% (pari a una contrazione di 21,2 miliardi di euro tra Novembre 2015 e lo stesso mese del 2016) .

“L’acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Euro ha contribuito a garantire una certa stabilità finanziaria riducendo il costo del nostro debito pubblico. Ma è evidente come questa grossa iniezione di liquidità non abbia ottenuto i risultati sperati, tant’è che l’inflazione è ferma, i prestiti alle imprese non ripartono e la crescita economica non trova lo slancio che servirebbe” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo.

“Insomma, il bazooka di Draghi non ha sortito gli effetti sperati. Una quota rilevante di questi 222 miliardi di euro sono finiti alle nostre banche che, però, hanno preferito trattenerseli, aumentando così il livello di patrimonializzazione come richiesto dalla Bce, anziché impiegarli nell’economia reale”.

Sui risultati del Quantitative easing e sulla situazione di difficoltà in cui versano le banche, in particolar modo quelle venete, interviene anche il segretario della Cgia, Renato Mason.

“Le regole si stanno assestando sempre più in alto. Prima l’Europa chiedeva alle banche un patrimonio dell’8% degli impieghi. Ora bisogna avere il 10-12% circa” spiega.

“In altre parole, la banca per prestare 100 milioni deve avere un patrimonio di oltre 10-12 volte. L’asticella che varia nel tempo per gli istituti di credito è un problema. Infatti, dura da 2 anni la corsa per adeguarsi alle nuove regole europee, applicate con rigidità e nel periodo peggiore, ovvero nel bel mezzo di una crisi” aggiunge.

“Al di là delle responsabilità, comunque, rimane un fatto. La nostra economia ha bisogno di un sistema creditizio efficiente e attento ai territori, in particolar modo alle piccole e medie imprese che continuano ad essere l’asse portante della nostra economia” conclude Mason.