In Siria la tregua è già finita


Il Governo di Damasco accusa i ribelli di oltre 300 violazioni

Un carro armato delle forze fedeli al presidente della Siria, Assad
Un carro armato delle forze fedeli al presidente della Siria, Assad

ROMA – E’ durata poco meno di una settimana la fragile tregua in Siria, dove già nei giorni scorsi si era ripreso a sparare e bombardare.

Il Governo di Damasco ha ufficialmente annunciato che l’accordo per il cessate il fuoco raggiunto lo scorso 10 settembre tra Stati Uniti e Russia non è più in vigore.

Di conseguenza nelle città già martoriate da anni di guerra civile sono riprese le attività militari delle forze lealiste. Lo stato Maggiore delle forze lealiste ha accusato i ribelli di aver violato in più di trecento occasioni la tregua.

Come riportato dai media governativi i militari hanno accusato i ribelli, definiti come “gruppi terroristi armati”, di non aver rispettato alcun punto del difficile accordo tra Washington e Mosca.

“Poteva essere una reale occasione per evitare altro spargimento di sangue ma abbiamo documentato violazioni in oltre 300 casi” ha affermato Damasco.

La notizia arriva nel giorno in cui i capi di oltre 150 nazioni si sono riuniti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York.

L’emergenza in Siria, dopo la fine della tregua, diventa a questo punto uno degli argomenti principali da affrontare all’Onu.

Dopo cinque anni di guerra civile poco o nulla è cambiato nel complicato scacchiere siriano, dove si fronteggiano più schieramenti.

Da una parte le forze fedeli al presidente Bashar al Assad, sostenuto sul piano diplomatico e militare dalla Russia e appoggiato sul campo anche da Hezbollah e da milizie iraniane.

Dall’altra le forze irregolari dell’Esercito Libero Siriano, formato da oppositori e da militari fuoriusciti dall’esercito regolare, organizzati in piccoli gruppi.

I ribelli, secondo Mosca sarebbero appoggiati dagli Stati Uniti e dalla Turchia, che al confine con la Siria ha approfittato del caos per attaccare ripetutamente le forze curde, che combattono lo Stato islamico nelle sue roccaforti siriani.

Appena due giorni fa un raid aereo della coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, aveva provocato la morte di oltre 90 militari lealisti.

Washington si era scusata con Damasco che oggi, per bocca del presidente Assad, ha accusato la Casa Bianca di “aggressione palese”.