Caporalato: controlli rafforzati, ma irregolarità in crescita


A dieci anni dall’entrata in vigore della legge 199/2016, l’Eurispes presenta lo studio “Caporalato. A dieci anni dalla legge 199/2016: analisi, critica e prospettive”

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A dieci anni dall’entrata in vigore della legge 199/2016, l’Eurispes presenta lo studio “Caporalato. A dieci anni dalla legge 199/2016: analisi, critica e prospettive”. L’analisi dei dati disponibili sul fenomeno mostrano una norma efficace sul piano repressivo, ma non risolutiva: il lavoro irregolare resta una caratteristica strutturale del settore primario.

Per quanto riguarda i controlli e le irregolarità, tra il 2015 e il 2025, gli ispettori passano da 3.221 a 4.366 (+35%), ma nel 2025 risultano in calo rispetto ai 4.585 del 2024. Le pratiche per ispettore scendono da 2,4 a 1,6. Il tasso di irregolarità delle pratiche sale dal 54,2% al 64,8%, con un picco del 68,4% nel 2024. I lavoratori coinvolti da violazioni accertate passano da 6.153 a 8.851. Le violazioni in materia di salute e sicurezza salgono da 592 a 7.528.

Le irregolarità riconducibili a caporalato e interposizione di manodopera toccano il massimo nel 2023 (2.288, di cui 2.123 per caporalato) e calano a 551 nel 2025, sotto i livelli del 2015-2016. Il dato va letto con cautela poiché spesso gli intermediari si riorganizzano in forme più difficili da intercettare, come le «cooperative senza terra».

Per quanto riguarda, invece, il peso del sommerso, nel 2023 il valore aggiunto agricolo supera i 39,8 miliardi di euro. La quota generata dall’economia sommersa nel settore è del 3% (3,4% nel 2019), pari a oltre 1,2 miliardi. Secondo i dati Istat, le unità di lavoro irregolari sono 146,5mila, il 34,3% del totale: l’incidenza scende dal picco del 37,1% (2018) al minimo del 32,1% (2022), per poi risalire.

Sempre nel 2023, un bracciante irregolare percepisce in media 8,10 euro l’ora contro gli 11,30 di un regolare. Il divario è del 28%, in calo rispetto al 40% del 2018 e inferiore al 48% dell’economia nel suo complesso. Anche i salari dei lavoratori in regola restano il 37% sotto la media nazionale (17,80 euro) e tra il 2021 e il 2023 crescono meno: +3,7% contro +4,1%.

Tutto questo comporta anche un costo per le casse pubbliche. Tra il 2015 e il 2023, il mancato gettito tra Irpef, addizionali e contributi è compreso tra 6,3 miliardi (stima basata sui salari effettivi degli irregolari) e 9,4 miliardi (ipotesi di piena emersione). Nel solo 2023 si stimano da 810 milioni a 1,1 miliardi di euro.

Da segnalare, inoltre, che secondo l’ILO, nel 2024, gli infortuni mortali in agricoltura sono 78 (-17% sul 2014) e le giornate di lavoro perse sono oltre 376mila (-40%). Occorre comunque sottolineare che i dati ufficiali chiaramente sottostimano il fenomeno a causa dell’occultamento degli episodi.

Dando uno sguardo ai territori dove il fenomeno è più radicato, a Latina il 95% dei lavoratori agricoli ha un contratto a tempo determinato; 6.601 dipendenti (46%) percepiscono meno di quanto previsto dal contratto. La paga dei braccianti sfruttati è passata da circa 4 euro l’ora nel 2021 a circa 5 nel 2026, contro i circa 9 del contratto. In Emilia-Romagna secondo le stime almeno il 30% del lavoro agricolo non è in regola; nel modenese l’esternalizzazione consente risparmi del 40-50% sul costo del lavoro. In Lombardia, nel 2025, il tasso di irregolarità delle ispezioni agricole concluse è del 65,4% (291 su 445), con il 68,6% a Mantova (59 su 86).

L’Eurispes individua cinque priorità o possibili campi di azione per dare una risposta ancora più strutturata al fenomeno del caporalato.

Una regia unica contro lo sfruttamento, dunque la creazione di un’Authority indipendente e una Procura nazionale del lavoro per coordinare vigilanza e indagini.
L’interoperabilità delle banche dati degli enti di controllo, per rendere verificabili la filiera e il costo reale del lavoro.
Controlli più efficaci con l’abrogazione degli «scudi ispettivi» introdotti nel 2024.
Un programma di protezione, assistenza e sostegno al reddito per le vittime che denunciano, con garanzie contro le ritorsioni.
Emersione protetta e condizionata attraverso un programma, in via sperimentale, che separi il canale amministrativo della regolarizzazione dalla denuncia penale, lasciando intatta la protezione accelerata per le potenziali vittime. Ne sono previsti i seguenti elementi: un permesso temporaneo di dodici mesi, rinnovabile solo se il rapporto di lavoro è conforme; un contratto nominativo con salario in linea con il contratto collettivo e pagamenti tracciabili; controlli antimafia, fiscali e lavoristici sul datore prima dell’accesso, con ispezioni non preannunciate; la revoca del beneficio e sanzioni più severe in caso di sfruttamento; incentivi limitati e revocabili solo per i datori virtuosi; formazione linguistica, sui diritti e sulla sicurezza, con alloggio e trasporto temporanei; la possibilità per il lavoratore di cambiare datore in caso di mancato pagamento, violenza o minaccia, con protezione amministrativa durante il passaggio; una valutazione d’impatto annuale su salari, ore lavorate, infortuni e recidiva. Una simulazione su 100mila persone stima per il primo anno un costo lordo di 565 milioni di euro: 300 per gli incentivi, 120 per la formazione, 75 per alloggio e trasporto, 40 per l’istruttoria e 30 per l’interoperabilità. A fronte, un gettito contributivo ipotetico di 540 milioni, calcolato su una retribuzione media di 18mila euro e un’aliquota del 30%. Il saldo lordo è di -25 milioni. Si tratta di uno scenario ipotetico, non di una stima ufficiale: non include Irpef, Iva, risparmi sanitari e giudiziari, e andrebbe validato da MEF e INPS. Per questo, secondo Eurispes, la misura va valutata sulla capacità di ridurre lavoro nero, infortuni e dipendenza dalle reti criminali, non sul solo saldo del primo anno.