Bén dabón, la nuova canzone di Chiara Raggi


Chiara Raggi continua il suo viaggio nel dialetto santarcangiolese, vernacolo romagnolo che si è sviluppato nel paese di Santarcangelo di Romagna

chiara raggi

Esce per l’etichetta Musica di Seta Bén dabón, la nuova canzone di Chiara Raggi. A pochi mesi da Zénta, l’album di inediti uscito a gennaio 2026 per Musica di Seta ed entrato nella cinquina delle Targhe Tenco 2026 come “Miglior album in dialetto”, Raggi continua il suo viaggio nel dialetto santarcangiolese, vernacolo romagnolo che si è sviluppato nel paese di Santarcangelo di Romagna.

Dopo l’esperienza di scrittura condivisa con la poeta Annalisa Teodorani, Raggi con questa canzone inizia una nuova fase del suo percorso artistico, usando il dialetto come voce creativa personale, anche nella stesura del testo. Mossa dal desiderio di approfondire ancora di più il legame con le proprie radici familiari e con la lingua della sua infanzia, riconosce al dialetto la capacità di raccontare il presente, esprimere sentimenti contemporanei, senza nubi nostalgiche, senza rinunciare ad evoluzioni.

La produzione artistica è affidata a Gianluca Morelli e Massimo Marches, e approfondisce la strada intrapresa nell’album Zénta: scardinare cliché che legano l’uso del dialetto ad elementi folkloristici, portando la materia sonora nel contemporaneo, mescolando le chitarre e il rhodes con synths, batterie elettroniche e sperimentazioni vocali.

“Ci sono parole, espressioni e modi di dire che in dialetto hanno un sapore diverso, riescono a raccontare emozioni che altrimenti sarebbe più difficile trasmettere– dice Chiara Raggi. In dialetto “ti amo” non esiste, non si contempla. Esiste però il bene e come insegna la poeta Giuliana Rocchi in “E’ bén dabón”, esiste il bene quello vero. Questa è una canzone d’amore e il dialetto riesce ad arrivare in un posto più profondo, sicuramente in un posto intimo dentro di me. È la lingua delle cose dette sottovoce, senza filtri, con le parole che sentiamo più vicine al cuore. E forse è proprio questo il bello: la lingua dà una casa a questo amore. Gli permette di abitare parole familiari, immagini quotidiane, di avere il calore delle cose conosciute e la verità di ciò che non ha bisogno di essere spiegato.”