In libreria “Per una parola. Micolo” di Nicola Galli


25 anni insieme tra un uomo e il suo cavallo. E la promessa di restare, oltre ogni corsa. “Per una parola. Micolo” di Nicola Galli. Prefazione Filippo Brusa

nicola galli

Un uomo che per mestiere fa quadrare i conti. Un cavallo che mette in discussione ogni previsione. E un legame lungo venticinque anni, da raccontare senza trasformare gli errori in prove d’amore.

Per una parola. Micolo è il romanzo-mémoire di Nicola Galli. Al centro, la storia di un consulente finanziario e del suo cavallo: non una favola sportiva, ma un racconto di responsabilità, in cui le vittorie non cancellano le colpe e l’affetto non basta ad assolvere.

Tutto comincia nell’ottobre del 1996, alle aste Tattersalls di Newmarket. Galli acquista un puledro per cinquanta milioni di lire, superando di cinque volte il limite di spesa che si era imposto. Lo chiama Micolo: una parola che, scoprirà molti anni dopo nel dizionario Battaglia, significa «briciolo», la minima quantità di una cosa.

Figlio di Bering, con Sea-Bird e Northern Dancer nella genealogia, Micolo ha un pedigree prestigioso. Ma ha paura di tutto: del box, delle gabbie di partenza, del trattore che rulla la pista, persino di un foglio di carta. È un cavallo tardivo, insofferente alla calca del gruppo, che chiede al suo cavaliere di imparare un altro modo di stargli accanto.

Galli si alza alle cinque del mattino, impara a calmarlo con il fruscio di un pacchetto di caramelle alla menta, a rispettarne le esitazioni. Un consiglio di Mirco Demuro cambia il loro modo di correre: Micolo va lasciato indietro, lontano dagli altri, perché possa trovare il proprio passo. Il proprietario accetta di partire ultimo, di esporsi ai fischi, di aspettare. Sale in sella soltanto quando è il momento di entrare in pista; a ottocento metri dal traguardo gli parla, mentre gli altri alzano la frusta.

Tra il 1998 e il 2005 Micolo disputa 123 corse e ne vince sedici, undici delle quali alle Bettole di Varese, otto con Galli in sella. Nessuna è un Gran Premio. Sono le corse di provincia, lontane dai grandi palcoscenici, dove il libro registra anche ciò che una narrazione sentimentale preferirebbe omettere: per ventinove volte, accanto al nome di Micolo, compare un prezzo di vendita.

Il passaggio più doloroso arriva dopo il ritiro. Galli, senza i mezzi per garantirgli un prato, affida Micolo a chi promette di occuparsene. L’11 febbraio 2009 lo ritrova al buio in un capannone: pesa trecento chili, la metà del suo peso. Quando sente pronunciare il proprio nome, il cavallo abbatte la barriera del box per raggiungerlo.

Da quel giorno cominciano dodici anni di cure e di presenza, vissuti anche come un tentativo di riparazione: le sponde di paglia alte un metro, un camper comprato a rate per dormire vicino al paddock, il tempo riorganizzato intorno alle necessità di Micolo. Il loro legame continua fino alla morte del cavallo, il 9 maggio 2021.

Accanto a loro ci sono il fantino Fernando Iovine, «dalle mani d’oro», che porta Micolo alla prima vittoria, e l’amico Leonardo Borsa, che accompagna Galli quel giorno di febbraio. Presenze discrete, decisive in una storia in cui esserci conta più delle dichiarazioni.

Nelle ultime pagine, un incidente in moto costringe l’autore per mesi su una sedia a rotelle. L’esperienza dell’immobilità cambia il suo sguardo: chi ha deciso per anni degli spazi e dei movimenti di un animale si trova a misurarsi con la propria dipendenza, con il bisogno degli altri, con il tempo dell’attesa.

Per una parola. Micolo non cerca nella commozione una giustificazione. Ogni capitolo si apre con un dato concreto — trecento chili, cinquemila sterline, sei lettere, tre o quattro minuti — perché «un’emozione non si confuta, una cifra sì». Date, pesi, spese e risultati scandiscono il racconto. Non per raffreddarlo, ma per sottrarlo alle deformazioni della memoria. Le 124 righe del registro delle corse, riprodotte in appendice, permettono al lettore di confrontare le parole con i fatti.

«In questo libro la parola non si celebra: si processa», scrive Filippo Brusa nella prefazione. Anche il giornalista mette in discussione il proprio lavoro: dopo aver intervistato Galli in televisione nel 2021 e averne ricavato un servizio commovente nel 2026, torna sulle semplificazioni del suo racconto e sullo «storytelling come procedura», che ordina gli eventi fino a farne una storia rassicurante.

L’ippica è il mondo di queste pagine; la questione che le attraversa va oltre lo sport. Che cosa significa avere una vita affidata alle proprie scelte? Come si distingue il desiderio di possedere dal dovere di prendersi cura? E che cosa resta di un legame quando non può più offrirci vittorie?

Galli affronta queste domande senza separare la dedizione dalla colpa. Racconta venticinque anni accanto a Micolo, ma soprattutto il momento in cui stare accanto smette di essere un desiderio e diventa un impegno.

Nicola Galli è consulente finanziario e gentleman rider. Ha montato per anni nelle corse per dilettanti degli ippodromi lombardi e piemontesi, a cominciare dalle Bettole di Varese. Proprietario e cavaliere di Micolo dal 1996 fino alla morte del cavallo, nel 2021, oggi fa correre i propri cavalli in Francia con i colori della Scuderia Micolo. Per una parola. Micolo è il suo primo libro.