La giurista e Premio Nobel per la pace 2023 Shirin Ebadi, intervistata da La Stampa, interviene sul caso di Najmeh Amini, giovane destinata alla pena capitale per un post ‘blasfemo’
“Condannando a morte una ragazza innocente, il regime iraniano sembra voler dimostrare di non dover rispondere più a nessuno”, perché “la pena capitale per una frase è un salto di qualità. Nel 2026 le persecuzioni delle donne sono enormemente aumentate”.
La giurista e Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi in un’intervista a Francesca Paci su La Stampa, parla così della condanna a Najmeh Amini per un post. In esilio volontario da 17 anni, Ebadi dice però che “la mia testa e il mio cuore sono con le iraniane e gli iraniani che resistono”.
“DA MESI IN CRESCITA IL NUMERO DI DONNE CONDANNATE A MORTE IN IRAN”
Se lo scontro con Stati Uniti e Israele sembrava aver distolto l’Iran dalla repressione interna e dalla caccia alle ragazze senza hijab, per il Premio Nobel, invece, “da mesi cresce il numero delle donne condannate a morte nella Repubblica islamica. Finora però si accampavano pretesti, presunte accuse di spionaggio. Questa giovane invece dovrà affrontare la pena capitale per un post blasfemo contro il profeta, ha anche provato a difendersi dicendo che aveva assunto dei funghi allucinogeni ed era confusa, ma non è servito. Vedo un salto di qualità, è come se il regime agisse in piena impunità, convinto di non dover più rispondere a nessuno.
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DA INIZIO 2026 ALMENO 617 ESECUZIONI NEL PAESE
E dire che con almeno 617 esecuzioni dall’inizio dell’anno il mio Paese è secondo solo alla Cina in questa macabra classifica. Neppure i minori sono risparmiati. Molti oppositori aspettano in prigione l’impiccagione perché accusati di aver partecipato alle proteste di gennaio”. Ebadi ricorda di battersi contro la pena capitale in tutto il mondo e in qualsiasi forma sia applicata. “La legislazione della Repubblica islamica prevede diversi modi per ammazzare un condannato, il lancio nel vuoto, la fucilazione, la lapidazione, l’iniezione letale, un catalogo variegato sebbene si proceda ormai per impiccagione. Gli Stati Uniti? Mi addolora vedere un Paese che si vanta di essere democratico e giustizia un uomo, ancorché incriminato, in una maniera così violenta”. Tuttavia “non posso smettere di sottolineare come dall’inizio del 2026 la repubblica islamica abbia impiccato oltre due persone al giorno“.
IL NOBEL A PILLAY, “RICONOSCIMENTO DEL SUO PREZIOSO LAVORO”
Il ripudio della pena di morte è una delle battaglie della Corte penale internazionale sanzionata ancora dagli Stati Uniti dopo l’assegnazione del Nobel per la Pace 2026 a uno dei suoi giuristi Navanethem Pillay, chiede la giornalista, è una coincidenza? “Non credo che la nuova sfida dell’amministrazione Trump alla Corte penale internazionale sia direttamente collegata al riconoscimento di Pillay, perché non è la prima volta che gli Stati Uniti cercano di screditare quell’organismo di cui non riconoscono l’autorità, è successo anche quando alla Casa Bianca c’erano i democratici- risponde Ebadi- Navanethem Pillay comunque, è una giurista competente, indipendente e coraggiosa che, nella difesa dei diritti umani e della giustizia, non teme di dire la verità né di sfidare il potere. Il Nobel attribuitole è un grande riconoscimento al lavoro prezioso che ha svolto in questi anni. Anche il suo atteggiamento nei confronti della questione palestinese e le sue posizioni verso della tragedia di Gaza sono state forti e molto condivisibili”.
“IN IRAN CRISI SENZA PRECEDENTI”, PER UNA GUERRA CHE “NON C’ENTRA CON LE ASPIRAZIONI DEMOCRATICHE”
Infine alla domanda sulle conseguenze di una una nuova escalation sulla tenuta del regime e sulla resilienza del popolo, Ebadi dice: “Le persone con cui sono in contatto dentro al Paese raccontano una crisi senza precedenti, dall’inizio dell’anno il costo del cibo e dei servizi è quintuplicato mentre gli stipendi sono la metà di quanto erano. Di speranza ce n’è poca. Le iraniane e gli iraniani hanno invece la consapevolezza di essere presi in mezzo tra una guerra che, al di là dei proclami, non c’entra nulla con le loro ambizioni democratiche, e la Repubblica islamica“.