Dolore neuropatico, la doppia terapia non convince: pregabalin e buprenorfina non fanno meglio dell’oppioide da solo
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Nel dolore neuropatico periferico resistente alle terapie di prima linea, associare farmaci con meccanismi diversi è una strategia frequente, ma le prove a sostegno restano fragili. Un trial di fase IV pubblicato sull’European Journal of Pain ha valutato l’aggiunta di pregabalin alla buprenorfina transdermica. Il risultato principale è negativo: la combinazione non migliora significativamente il controllo del dolore rispetto alla sola buprenorfina. E la tollerabilità del pregabalin emerge come un nodo clinico tutt’altro che secondario.
Quando il dolore resiste, aggiungere un farmaco non significa necessariamente ottenere più efficacia
Il dolore neuropatico cronico rimane una delle condizioni più difficili da trattare nella pratica clinica. Secondo quanto ricostruito dagli autori dello studio, le terapie farmacologiche disponibili producono spesso un beneficio soltanto parziale e, proprio per questo, nella pratica si ricorre frequentemente all’associazione di analgesici con differenti meccanismi d’azione. Il ragionamento è intuitivo: se il dolore neuropatico può dipendere da meccanismi differenti da paziente a paziente, intervenire contemporaneamente su più bersagli potrebbe aumentare le probabilità di ottenere una risposta.
È però proprio il passaggio dalla plausibilità farmacologica alla dimostrazione clinica a rappresentare il problema. I dati sull’utilità delle combinazioni farmacologiche nel dolore neuropatico sono ancora relativamente pochi e quelli riguardanti l’associazione tra oppioidi e gabapentinoidi hanno fornito risultati non uniformi. Inoltre, gran parte delle sperimentazioni precedenti si è concentrata su oppioidi come morfina e ossicodone. La combinazione con buprenorfina rappresentava quindi un terreno sostanzialmente inesplorato.
Da qui nasce lo studio condotto da Larissa I. Moreira e colleghi, del Pain Center dell’Università di São Paulo e di altre istituzioni brasiliane ed europee, pubblicato nel 2026 sull’European Journal of Pain. Gli sperimentatori si sono posti una domanda molto concreta: nei pazienti con dolore neuropatico periferico refrattario agli antidepressivi utilizzati come trattamento di prima linea, aggiungere pregabalin alla buprenorfina transdermica permette di ottenere un controllo del dolore superiore a quello raggiunto con la sola buprenorfina? L’obiettivo non riguardava soltanto l’efficacia analgesica, ma anche la fattibilità e la sicurezza dell’associazione e la possibilità di ridurre il ricorso a dosaggi più elevati di oppioide.
L’ipotesi aveva un interesse particolare anche perché la buprenorfina presenta caratteristiche farmacologiche differenti rispetto agli oppioidi più tradizionali: agisce come agonista dei recettori μ-oppioidi e antagonista dei recettori κ. Gli autori ricordano inoltre il suo impiego nel dolore cronico non oncologico e il profilo che ne rende interessante la valutazione nei pazienti nei quali le alternative di prima e seconda linea non siano risultate sufficienti.
Un trial pragmatico di nove settimane per mettere alla prova la combinazione
Per rispondere alla domanda, i ricercatori hanno realizzato un trial clinico pragmatico di fase IV, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo e a gruppi paralleli. Sono stati coinvolti adulti con dolore neuropatico periferico cronico dovuto a polineuropatia, già refrattari ad almeno un trattamento di prima linea, rappresentato da un antidepressivo triciclico oppure da un inibitore della ricaptazione di serotonina e noradrenalina.
Sessanta persone sono entrate nello studio: l’età mediana era di 53 anni e circa due terzi erano donne. I partecipanti sono stati assegnati alla terapia combinata con buprenorfina transdermica e pregabalin oppure alla buprenorfina transdermica associata a capsule placebo. Il trattamento prevedeva inizialmente buprenorfina transdermica e pregabalin 50 mg ogni 12 ore nel gruppo di combinazione, con una fase di titolazione di tre settimane basata sulla tollerabilità e una successiva fase di mantenimento di sei settimane. In teoria, il dosaggio poteva essere progressivamente incrementato fino a 300 mg al giorno per il pregabalin, mentre quello della buprenorfina poteva arrivare fino a 20 microgrammi al giorno secondo il protocollo riportato dagli autori.
Il disegno temporale prevedeva controlli distribuiti fino al giorno 63, alternando visite in presenza e valutazioni telefoniche durante titolazione e mantenimento. Oltre all’intensità del dolore e agli effetti indesiderati, venivano analizzati l’interferenza del dolore con le attività del paziente, le caratteristiche dei sintomi neuropatici, ansia, depressione e qualità della vita.
L’endpoint primario era particolarmente comprensibile anche dal punto di vista clinico: verificare quanti pazienti ottenessero alla fine dello studio una riduzione di almeno il 30% dell’intensità media del dolore rispetto alla situazione di partenza. La valutazione utilizzava una scala analogico-visiva; gli sperimentatori hanno affiancato a questa misura il Brief Pain Inventory, il Neuropathic Pain Symptoms Inventory, la Hospital Anxiety and Depression Scale e il WHOQoL-BREF per la qualità della vita.
Il protocollo conteneva anche un elemento interessante nell’ottica della medicina personalizzata. I ricercatori hanno infatti cercato di capire se differenti fenotipi clinici del dolore neuropatico potessero identificare pazienti più inclini a rispondere alla combinazione. In altre parole, anche nell’eventualità di un risultato complessivamente modesto, si voleva verificare l’esistenza di un sottogruppo nel quale la doppia terapia potesse avere un vantaggio più evidente.
Il risultato: 38% contro 32%, una differenza che non dimostra un vantaggio
Alla nona settimana il dato centrale è stato piuttosto netto dal punto di vista statistico. Una riduzione di almeno il 30% dell’intensità media del dolore è stata registrata nel 38% dei partecipanti trattati con buprenorfina e pregabalin contro il 32% di quelli assegnati alla buprenorfina e placebo. La differenza non è risultata statisticamente significativa: p=0,942.
Il mancato vantaggio non si è limitato all’endpoint principale. Non sono emerse differenze significative fra i due gruppi per interferenza del dolore, umore, ansia e qualità della vita. Anche l’analisi dei fenotipi clinici di partenza non ha individuato una tipologia di dolore associata a una maggiore probabilità di successo della terapia combinata.
Il risultato è rilevante proprio perché mette alla prova un concetto apparentemente ragionevole: associare un gabapentinoide a un oppioide non significa automaticamente sommare i rispettivi effetti analgesici. Gli stessi autori collocano il proprio lavoro in una letteratura già contraddittoria. Alcuni studi precedenti di breve durata avevano suggerito un beneficio aggiungendo gabapentin a una terapia con morfina o altri oppioidi, mentre altre sperimentazioni non avevano osservato una superiorità significativa aggiungendo pregabalin. Il trial attuale aggiunge a questo quadro un dato specifico sulla buprenorfina, che non era stata precedentemente studiata in questo tipo di associazione secondo gli autori.
C’è poi un secondo risultato che merita attenzione. Se l’associazione avesse realmente consentito un effetto “opioid-sparing”, ci si sarebbe potuti aspettare un minore fabbisogno di buprenorfina nel gruppo trattato anche con pregabalin. Ma le dosi di buprenorfina sono risultate simili nei due gruppi. Anche sotto questo profilo, quindi, lo studio non fornisce un segnale convincente a sostegno del vantaggio della combinazione.
Il dato numerico, tuttavia, non deve essere interpretato come dimostrazione dell’assoluta assenza di qualsiasi possibile effetto del pregabalin. Gli autori sono espliciti nel sottolineare che, per le dimensioni dello studio e per le sue caratteristiche statistiche, un beneficio analgesico piccolo o moderato non può essere escluso. La sperimentazione era stata dimensionata ipotizzando un effetto ampio, cioè un vantaggio sufficientemente importante da poter giustificare sul piano clinico l’esposizione a una combinazione farmacologica più complessa.
Il vero problema potrebbe essere la dose: la tollerabilità limita il pregabalin
È probabilmente questo l’aspetto più interessante dello studio. Il protocollo consentiva di arrivare a 300 mg al giorno di pregabalin, ma nella pratica la grande maggioranza dei pazienti non si è avvicinata a questo livello: dopo la titolazione, l’87% dei partecipanti del gruppo di combinazione assumeva soltanto 100 mg al giorno.
La questione apre due interpretazioni che non si escludono a vicenda. Da una parte, il dosaggio relativamente basso potrebbe aver limitato l’efficacia analgesica del pregabalin e quindi contribuito al risultato negativo. Dall’altra, il fatto stesso che molti pazienti non siano riusciti ad aumentare la dose rappresenta un risultato clinicamente importante: una combinazione farmacologica può essere teoricamente efficace a una determinata dose, ma avere un’utilità pratica limitata se quella dose non è tollerabile.
Gli autori osservano infatti che la maggioranza dei soggetti trattati con l’associazione è riuscita a tollerare soltanto i 100 mg/die iniziali durante la titolazione. Nel lavoro viene avanzata l’ipotesi che la contemporanea esposizione all’oppioide possa ridurre la tollerabilità agli effetti indesiderati del pregabalin. Gli stessi ricercatori ricordano che precedenti dati osservazionali hanno associato la combinazione oppioide-gabapentinoide a effetti sul sistema nervoso centrale quali vertigini, disturbi cognitivi e depressione respiratoria, pur sottolineando che tale associazione non è stata confermata nello stesso modo nelle analisi dei trial randomizzati.
Nel trial di São Paulo, comunque, non sono stati registrati eventi avversi gravi. Sette partecipanti, pari all’11,6%, hanno abbandonato lo studio a causa di effetti collaterali: quattro nel gruppo in monoterapia e tre in quello sottoposto alla combinazione, senza una differenza significativa. Fra gli eventi riportati più frequentemente figuravano xerostomia, stipsi e prurito nella sede di applicazione del cerotto. Curiosamente, la cefalea è risultata significativamente più frequente nel gruppo trattato con la sola buprenorfina.
Questi dati non autorizzano però a trasformare nove settimane senza eventi gravi in una rassicurazione sulla sicurezza a lungo termine. È un limite riconosciuto dagli stessi ricercatori. Il lavoro richiama inoltre la necessità di cautela nella combinazione di oppioidi e gabapentinoidi, soprattutto a dosaggi elevati e nei pazienti a rischio, condizioni che questa sperimentazione non era progettata per studiare.
Anche gli altri limiti sono importanti. Lo studio è monocentrico ed è stato condotto esclusivamente in pazienti con dolore neuropatico periferico da polineuropatia resistente ai trattamenti di prima linea: i risultati, quindi, non possono essere automaticamente estesi a tutte le forme di dolore neuropatico. Inoltre, il numero di persone che hanno completato il follow-up è stato inferiore a quello previsto e ciò può aver ridotto la potenza delle analisi, comprese quelle dedicate ai sottogruppi. Gli autori segnalano anche la possibilità di un bias legato alle perdite al follow-up, pur avendo gestito i dati mancanti attraverso tecniche di imputazione multipla.
C’è infine un limite fondamentale per leggere correttamente il confronto: lo studio mette pregabalin più buprenorfina a confronto con buprenorfina, non con pregabalin in monoterapia. Non permette dunque di stabilire se la combinazione sia migliore, peggiore o equivalente rispetto al solo pregabalin.
Più farmaci non significano necessariamente meno dolore
Il messaggio che emerge dal trial è soprattutto un richiamo alla prudenza nell’uso delle associazioni farmacologiche nel dolore neuropatico refrattario. In questa popolazione, aggiungere pregabalin alla buprenorfina transdermica non ha prodotto un beneficio analgesico aggiuntivo statisticamente dimostrabile, non ha migliorato significativamente l’interferenza del dolore, l’umore, l’ansia o la qualità della vita e non ha consentito di identificare, sulla base del fenotipo clinico del dolore, un sottogruppo chiaramente più responsivo.
La conclusione, tuttavia, è più articolata di un semplice “la combinazione non funziona”. Un effetto analgesico piccolo o moderato non può essere escluso e la difficoltà di portare il pregabalin a dosaggi terapeutici più elevati potrebbe avere attenuato l’efficacia osservata. Ma questo stesso problema di titolazione è parte del risultato: se l’associazione con un oppioide riduce nella pratica la quantità di pregabalin che il paziente riesce a tollerare, il limite farmacologico diventa anche un limite terapeutico. Gli autori concludono infatti che l’uso concomitante dell’oppioide potrebbe aver ridotto la tollerabilità del pregabalin e, di conseguenza, compromesso sia la titolazione sia l’efficacia della combinazione.
È proprio qui che lo studio assume interesse al di là dei numeri: mostra quanto, nel dolore neuropatico resistente, la politerapia non possa essere considerata vantaggiosa semplicemente perché associa molecole con meccanismi differenti. Tra plausibilità biologica, efficacia misurata negli studi e reale tollerabilità esiste uno spazio che la ricerca clinica deve ancora colmare. In questo caso, almeno nelle condizioni esaminate e nelle nove settimane di osservazione, aggiungere pregabalin alla buprenorfina non ha dimostrato di trasformare quel razionale farmacologico in un vantaggio clinico significativo.
Larissa I Moreira et al., The Combination of Buprenorphine and Pregabalin in the Management of Peripheral Neuropathic Pain: A Phase IV, Randomized, Double-Blind and Placebo-Controlled Clinical Trial Eur J Pain. 2026 Aug;30(7):e70359. doi: 10.1002/ejp.70359.