Asma grave e poliposi nasale, i farmaci biologici migliorano salute e qualità di vita ma restano criticità nella gestione
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Nei pazienti italiani con asma grave e/o rinosinusite cronica con polipi nasali (CRSwNP) trattati con farmaci biologici, il beneficio percepito va ben oltre il controllo dei sintomi e interessa qualità di vita e attività lavorativa. Ad emergere, tuttavia, sono anche ritardi diagnostici, frammentazione dei percorsi assistenziali e un carico organizzativo che può interferire con l’aderenza.
Questi i risultati di uno studio presentato al congresso 2026 della European Respiratory Society (ERS), nel quale i pazienti hanno attribuito, inoltre, particolare valore a schemi di somministrazione meno frequenti.
L’obiettivo del lavoro presentato era descrivere il peso della malattia, valutare l’impatto dei biologici su sintomi, qualità di vita e attività professionale e approfondire le preferenze relative alla frequenza di somministrazione.
Uno studio costruito a partire dalla voce dei pazienti
Il progetto ha seguito un disegno cosiddetto mixed-methods, che combina una fase qualitativa e una quantitativa. In una prima fase sono state condotte quattro interviste approfondite, due con pazienti affetti da asma grave e due con asma grave associata a CRSwNP, con l’obiettivo di esplorare in dettaglio esperienza di malattia, burden terapeutico e bisogni percepiti. I temi emersi hanno contribuito alla costruzione di un questionario di 62 domande, poi rivisto con il contributo di rappresentanti delle associazioni dei pazienti e key opinion leader.
La fase quantitativa, quindi, è stata condotta attraverso una survey online, realizzata in Italia tra settembre e novembre 2025, che ha coinvolto 156 adulti in trattamento con biologici: 77 con asma grave, 46 con CRSwNP e 33 con entrambe le patologie. In questo modo è stato possibile valutare su un campione più ampio quanto i temi emersi nelle interviste fossero condivisi dai pazienti.
La scelta di concentrarsi sull’esperienza del paziente nasce da un bisogno ancora poco esplorato nella pratica clinica. Asma grave e CRSwNP presentano, infatti, una frequente sovrapposizione e comportano un carico rilevante in termini di sintomi, qualità di vita e capacità lavorativa.
Nonostante i biologici abbiano modificato profondamente il trattamento, rimangono meno conosciuti aspetti come il burden legato alla terapia, i bisogni non soddisfatti e le preferenze dei pazienti sugli intervalli di somministrazione.
Con i biologici il 71% riferisce un netto miglioramento della salute
Uno dei dati più rilevanti riguarda il beneficio percepito dopo l’avvio del trattamento biologico: complessivamente, il 71% dei pazienti ha giudicato la propria salute come migliorata “molto” o “moltissimo”. La percentuale è salita all’85% nei pazienti con la compresenza di asma grave e CRSwNP, il gruppo nel quale gli autori dello studio hanno osservato i maggiori guadagni nelle diverse dimensioni valutate.
Nel complesso, il 91% del campione si è dichiarato soddisfatto del trattamento in corso, confermando il valore attribuito dai pazienti alla terapia biologica.
Pertanto, i dati sopra indicati suggeriscono che il beneficio viene percepito sul piano clinico, sulla qualità di vita e anche sul funzionamento occupazionale.
Diagnosi ancora tardiva e percorsi di cura frammentati
Il miglioramento ottenuto con la terapia non elimina, però, alcune criticità strutturali. Nei pazienti con entrambe le patologie, il ritardo diagnostico ha superato i cinque anni in una quota che ha raggiunto il 33%. Prima di arrivare alla diagnosi, il percorso ha comportato il coinvolgimento di circa tre medici in media, con dati di dettaglio che indicano tre-quattro professionisti consultati; inoltre, tra i pazienti che avevano visto più medici, la metà ha riferito che questi non comunicavano tra loro.
I risultati, quindi, suggeriscono che, accanto all’efficacia del trattamento, resta importante intervenire sull’organizzazione del percorso assistenziale, soprattutto nei pazienti nei quali patologia delle vie aeree superiori e inferiori coesistono e richiedono il coinvolgimento di più specialisti.
Malattia ancora pesante sul lavoro e sulle spese quotidiane
La survey ha evidenziato anche un impatto rilevante sulla vita professionale. Tra i pazienti occupati, l’84% riteneva che la propria condizione fosse poco compresa sul luogo di lavoro, mentre il 42% aveva usufruito di giorni di malattia, con una media di 11 giorni l’anno. Il 31% aveva ridotto l’orario lavorativo e il 17% aveva cambiato lavoro.
A questo si aggiunge un onere economico diretto: il 50% dei partecipanti ha riportato spese non rimborsate, per una media di circa 53 euro al mese.
Somministrazione ogni sei mesi valutata favorevolmente per autonomia e vita quotidiana
Un altro elemento centrale del lavoro ha riguardato le preferenze di somministrazione. Pur in presenza di un’elevata soddisfazione verso le terapie attuali, gli schemi con una somministrazione ogni sei mesi (come nel caso di depemokimab) hanno ottenuto le valutazioni più elevate per specifici aspetti rilevanti per i pazienti, in particolare autonomia, possibilità di viaggiare e compatibilità con la vita familiare. Il dato non indica, quindi, una preferenza assoluta per un singolo regime, ma segnala i vantaggi percepiti di intervalli di somministrazione più lunghi in alcune dimensioni della vita quotidiana.
Dallo studio è emerso anche che una minore frequenza di somministrazione viene associata dai pazienti ad una riduzione del carico logistico, ad una maggiore facilità nel conciliare trattamento, lavoro e famiglia e ad un minore richiamo quotidiano alla propria condizione cronica. Allo stesso tempo, i pazienti attribuiscono valore al mantenimento di uno stretto follow-up specialistico e a un processo decisionale condiviso.
Aderenza elevata, ma un paziente su cinque ha saltato almeno una dose
Nel corso dell’anno precedente alla survey, il 21% dei pazienti aveva saltato almeno una somministrazione. La percentuale era del 15% nei pazienti con asma grave, del 32% in quelli con CRSwNP e del 24% in presenza di entrambe le patologie. Tra i pazienti non aderenti, il numero medio di dosi perse era pari a tre in un anno.
Le ragioni indicate erano di natura prevalentemente pratica: indisponibilità temporanea del farmaco nel 24% dei casi, dimenticanza nel 21%, permanenza fuori regione e peso della frequenza di somministrazione nel 18%, cui si aggiungevano incompatibilità con impegni lavorativi o familiari.
I ricercatori, pertanto, hanno sottolineato come le dosi perse non sembrino riflettere principalmente una riluttanza verso il trattamento biologico, quanto piuttosto ostacoli logistici e organizzativi.
Ridurre il burden della terapia per valorizzare ancora di più il beneficio clinico
Nel complesso, i dati presentati all’ERS indicano che i biologici sono percepiti dai pazienti come terapie in grado di produrre un impatto importante su salute, qualità di vita e attività lavorativa, con benefici particolarmente evidenti nei pazienti affetti contemporaneamente da asma grave e CRSwNP. Restano però margini di miglioramento legati alla tempestività della diagnosi, al coordinamento tra specialisti e alla semplificazione della gestione terapeutica.
In questa prospettiva, intervalli di somministrazione più lunghi risultano particolarmente apprezzati per la capacità percepita di ridurre il peso organizzativo della terapia e facilitarne l’integrazione nella vita quotidiana, mantenendo al tempo stesso il valore del rapporto con lo specialista e della condivisione delle decisioni terapeutiche.