Nefropatia cronica, negli uomini rischio più elevato di danno renale acuto e prognosi peggiore secondo nuovi studi
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Nei pazienti con malattia renale cronica non in dialisi, il sesso maschile è risultato associato ad un rischio più elevato di danno renale acuto (AKI) e ad una prognosi renale peggiore dopo l’episodio acuto. In una coorte giapponese di oltre 14mila pazienti pubblicata su Scientific Reports, lo svantaggio degli uomini rispetto alle donne era più marcato negli individui più giovani e tendeva ad attenuarsi con l’età.
Razionale e obiettivi dello studio
I pazienti con malattia renale cronica sono particolarmente vulnerabili ad AKI, un evento che può peggiorare la prognosi, accelerare la progressione della nefropatia e aumentare il rischio di ricorso alla terapia sostitutiva renale. Nonostante le strategie raccomandate, come l’ottimizzazione dello stato volemico e la limitazione dell’esposizione ai farmaci nefrotossici, l’AKI resta frequente in questa popolazione.
Da tempo è noto che, negli uomini. la progressione verso l’insufficienza renale terminale può essere più rapida rispetto alle donne, anche per possibili effetti nefroprotettivi degli estrogeni. Meno chiaro, però, era se esistessero differenze legate al sesso anche nella suscettibilità all’AKI e negli outcome successivi all’episodio acuto, in particolare nei pazienti già affetti da malattia renale cronica.
Di qui il nuovo studio che ha valutato, in una grande coorte giapponese di pazienti con CKD, se l’incidenza di AKI differisse tra uomini e donne, se tale differenza variasse con l’età e se il sesso fosse associato alla prognosi renale dopo AKI.
Disegno dello studio
L’analisi si basa sull’Osaka Consortium for Kidney Disease Research, una coorte retrospettiva multicentrica che ha incluso pazienti seguiti negli ambulatori nefrologici di cinque ospedali di Osaka, in Giappone, tra gennaio 2005 e dicembre 2021.
Sono stati inclusi pazienti di almeno 20 anni, seguiti per almeno 60 giorni, con eGFR basale compreso tra 15 e 60 ml/min/1,73 m², senza precedente terapia sostitutiva renale e con almeno due misurazioni della creatinina sierica durante il follow-up. L’esposizione di interesse era il sesso, ricavato dalle cartelle cliniche elettroniche.
L’outcome primario era rappresentato dal primo episodio di AKI, definito in base ad un aumento della creatinina sierica di almeno 1,5 volte rispetto ai valori precedenti, secondo un algoritmo applicabile ai database clinici elettronici.
Gli outcome secondari, valutati nei pazienti che avevano sviluppato AKI, erano l’avvio di terapia sostitutiva renale almeno 60 giorni dopo l’evento acuto e la pendenza annualizzata dell’eGFR dopo AKI.
I modelli sono stati aggiustati per numerosi fattori clinici e laboratoristici, tra cui età, pressione sistolica, diabete, BMI, emoglobina, eGFR, proteina C-reattiva, proteinuria e farmaci cardiovascolari o diuretici.
Risultati principali
Una coorte ampia di pazienti con CKD seguiti in nefrologia
L’analisi ha incluso 14.552 pazienti, di cui 5.605 donne, pari al 38,5%. L’età media era 69 anni e l’eGFR medio al basale 37 ml/min/1,73 m². Le caratteristiche demografiche e laboratoristiche, inclusi età ed eGFR, erano generalmente bilanciate tra uomini e donne, anche se gli uomini avevano più spesso diabete ed erano più frequentemente sottoposti a trattamento con farmaci antipertensivi e diuretici.
Rischio di AKI più alto negli uomini, soprattutto sotto i 65 anni
Durante un follow-up mediano di 2,5 anni, 2.046 pazienti hanno sviluppato AKI: 1.306 uomini e 740 donne. L’incidenza era più elevata negli uomini, con 41,2 eventi per 1.000 anni-persona, rispetto alle donne, con 36,3 eventi per 1.000 anni-persona. Dopo aggiustamento, il sesso maschile era associato ad un aumento significativo del rischio di AKI, con hazard ratio pari a 1,14.
La differenza era fortemente dipendente dall’età. Nei pazienti fino a 64 anni, gli uomini avevano un rischio di AKI superiore del 35% rispetto alle donne, con HR pari a 1,35. Il divario si riduceva nella fascia 65-74 anni, HR pari 1,17, e scompariva nei pazienti di almeno 75 anni (HR: 0,98). L’interazione con l’età era significativa, ad indicare che lo svantaggio di genere (maschile) tendeva progressivamente ad attenuarsi con l’invecchiamento.
Dopo AKI, rischio maggiore di ricorso alla terapia sostitutiva renale e declino più rapido dell’eGFR
Tra i pazienti che avevano sviluppato AKI, 1.661 sono stati seguiti successivamente per una mediana di 1,4 anni. In questo gruppo, gli uomini hanno mostrato un rischio più elevato di avvio di terapia sostitutiva renale rispetto alle donne, con HR 1,79. Anche in questo caso il rischio relativo era massimo nei pazienti più giovani: negli under 65 l’HR era 2,86, mentre scendeva a 1,48 tra 65 e 74 anni e a 1,08 nei pazienti di almeno 75 anni.
Il declino dell’eGFR dopo AKI era inoltre più ripido negli uomini. La pendenza annualizzata era pari a -2,31 ml/min/1,73 m²/anno negli uomini e -1,25 ml/min/1,73 m²/anno nelle donne. La differenza era più evidente nei pazienti fino a 64 anni e si attenuava nelle fasce d’età più avanzate. Secondo gli autori, questo suggerisce che le differenze legate al sesso non riguardano solo il rischio di AKI, ma anche la transizione verso una più rapida progressione della CKD dopo l’evento acuto.
Possibili spiegazioni biologiche e determinanti sociali
Gli autori ipotizzano diversi meccanismi alla base dei risultati osservati. Gli estrogeni potrebbero contribuire ad una maggiore protezione renale nelle donne più giovani, attraverso effetti sul volume extracellulare, sulla produzione di ossido nitrico, sullo stress ossidativo e sulla glomerulosclerosi. Al contrario, il testosterone è stato associato in studi sperimentali a maggiore suscettibilità al danno ischemico e a risposte infiammatorie più intense. Anche differenze nel microbiota intestinale e nei determinanti sociali o comportamentali, come abitudine al fumo e stili di vita, potrebbero avere un ruolo, pur restando ipotesi interpretative.
Implicazioni cliniche
Lo studio suggerisce che sesso ed età dovrebbero essere considerati insieme nella stratificazione del rischio di AKI nei pazienti con malattia renale cronica. In particolare, gli uomini più giovani con CKD potrebbero rappresentare un sottogruppo meritevole di maggiore attenzione preventiva, monitoraggio più stretto della funzione renale e gestione aggressiva dei fattori modificabili di rischio.
Il dato, tuttavia, va contestualizzato tenendo conto di alcuni limiti metodologici dello studio.
Ne segnaliamo alcuni: la natura osservazionale non consente di dimostrare causalità; la definizione di AKI si basava sulle misurazioni di creatinina disponibili nelle cartelle cliniche elettroniche, con possibile mancata identificazione di eventi tra un controllo e l’altro; non erano disponibili dati su ricovero, cistatina C, stato menopausale, terapia ormonale o biomarcatori endocrini. Inoltre, la coorte comprendeva esclusivamente pazienti giapponesi seguiti in ambito nefrologico, il che può limitare la generalizzabilità dei risultati ad altre popolazioni o contesti assistenziali.
Ciò detto, nel complesso i risultati rafforzano l’idea della necessità di una medicina nefrologica più personalizzata, in cui il rischio di AKI e la prognosi post-AKI nei pazienti con CKD vengano valutati anche in funzione dell’interazione tra sesso ed età.
Bibliografia
Kawano Y et al. Age-dependent sex differences in acute kidney injury among patients with chronic kidney disease. Scientific Reports. 2026. doi:10.1038/s41598-026-70237-7.
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