Il Ghana introduce il divieto di esportare i lingotti d’oro grezzi: il governo di Accra lo ha fatto per mantenere nel Paese il valore aggiunto proveniente da una delle sue prime fonti economiche
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I lingotti d’oro prodotti in Ghana devono essere raffinati nel Paese: è la norma che il governo di Accra ha fatto scattare il primo settembre per mantenere nel Paese il valore aggiunto proveniente da una delle sue prime fonti economiche. Il Ghana è infatti il sesto produttore mondiale di oro e il primo a livello africano. In particolare, grazie alla normativa con cui è stata istituita nel 2025 l’autorità garante del settore, la Ghana Gold Board (GoldBod), il 24 agosto scorso è stata emanata una direttiva che interessa alcuni esportatori, con l’obiettivo di assicurare profitti alle aziende locali e, quindi, far sì che restino nel Paese invece che di continuare ad arricchire casse esterne.
Oltre agli usi “pratici” del metallo prezioso, come l’industria dei gioielli, il Ghana è anche dotato di quattro raffinerie nazionali. “Siamo tra i principali Paesi produttori d’oro al mondo e quindi dobbiamo massimizzare i benefici” ha spiegato il responsabile delle relazioni con i media di GoldBod, il principe Kwame Minkah, aggiungendo che tale riforma è in linea con il piano del presidente John Mahama sullo sfruttamento delle risorse naturali che, entro il 2030, dovrà mantenere del valore aggiunto all’interno del Paese, prima dell’esportazione. Ciò garantirà la creazione di posti di lavoro, l’espansione dei settori produttivi locali e una riduzione di costi nell’acquisizione di materie prime raffinate. Infine, il Ghana intende costruire “un’industria aurifera locale”, ha aggiunto Mahama.
Con tali riforme il Ghana va ad aggiungersi alla lista dei Paesi africani che stanno intervenendo, con leggi ad hoc, che puntano a ridimensionare le esportazioni di materie prime grezze puntando alla raffinazione in loco.
A luglio ad esempio lo Zimbabwe ha vietato le esportazioni di litio, stabilendo che le industrie straniere estrattive debbano investire nella costruzione di raffinerie nel Paese. La maggior parte delle economie africane è fondata sullo sfruttamento di una varietà di materie prime ma i principali attori sono compagnie straniere, spesso accusate di “saccheggiare” i giacimenti con scarsi introiti per le comunità locali, tagliate fuori dai processi decisionali, dalla manodopera e dalla formazione.
Meccanismi che contribuiscono ad aumentare disoccupazione e lavoro informale, quindi povertà, disuguaglianze e sottosviluppo. Tale dinamica frena anche lo sviluppo di un settore manufatturiero interno e dell’innovazione, determinando economie poco diversificate e quindi più vulnerabili agli shock economici e dalla fluttuazione dei prezzi delle materie prime.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)