Jared Kushner a colloquio con Hamas, gli Usa non sanno più come uscire dallo stallo


Vertice a porte chiuse in Egitto, in vista del faccia a faccia con Netanyahu

In un estremo tentativo di salvare la fragile tabella di marcia in 15 punti per la pace a Gaza, Jared Kushner, inviato e genero di Donald Trump, ha tenuto domenica un vertice a porte chiuse in Egitto con i vertici di Hamas. L’iniziativa diplomatica americana, condotta insieme all’inviato Steve Witkoff, punta a superare lo stallo sul disarmo del gruppo palestinese e sul ritiro delle truppe israeliane, in vista di un decisivo e teso faccia a faccia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

STEVE WITKOFF INVIATO SPECIALE DEGLI STATI UNITI IN MEDIO ORIENTE, JARED KUSHNER
IMPRENDITORE E POLITICO STATUNITENSE

A oltre dieci mesi dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, le vite di due milioni di abitanti della Striscia restano appese a un filo. Le forze di Tel Aviv, che l’anno scorso avevano interrotto le principali operazioni proprio grazie a un accordo siglato con il contributo di Kushner, controllano ormai il 60% dell’enclave. L’incontro di domenica, durato più di due ore, ha visto la delegazione USA dialogare con il leader politico di Hamas, Khalil al-Hayya, affiancato da funzionari di Egitto, Qatar e Turchia. La valenza del vertice è stata sottolineata anche dal presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, che ha ricevuto Kushner a Nuova Alamein insieme ai vertici della diplomazia e dell’intelligence del Cairo.

L’obiettivo principale della missione in Egitto era ottenere garanzie da Hamas prima di affrontare la leadership israeliana. Da parte sua, la fazione palestinese si è detta pronta ad avviare i 14 giorni di negoziati previsti per definire il calendario di attuazione del piano. Tuttavia, le condizioni rimangono stringenti: Hamas esorta il Consiglio per la Pace a stelle e strisce a “costringere” Israele ad accettare l’accordo, chiedendo che l’esercito con la Stella di David interrompa i raid e si ritiri dietro l’indefinita “linea gialla”. Sul delicato fronte del disarmo, il gruppo accetta di cedere le armi a un comitato tecnico-palestinese (non ancora insediatosi), ma vincola categoricamente la consegna dell’arsenale pesante alla nascita di uno Stato di Palestina.

Un’ipotesi, quest’ultima, che si scontra contro il muro di Gerusalemme. Netanyahu, incalzato dalle difficili elezioni del prossimo 27 ottobre e pressato dall’ala dura del suo esecutivo, ha clamorosamente rigettato il piano di pace, in aperta sfida all’amministrazione Trump. Il primo ministro ribadisce che non ci sarà alcun ritiro senza il disarmo totale di Hamas, puntando anzi a estendere la presa militare fino al 70% di Gaza. Una posizione che, di fatto, paralizza l’ingresso del comitato palestinese, la ricostruzione e lo schieramento di forze di interposizione internazionali, il tutto mentre si avvicina il terzo anniversario degli attacchi del 7 ottobre.

Il rifiuto della tabella di marcia da parte di Israele ha innescato una dura reazione diplomatica. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia e Pakistan hanno firmato una dichiarazione congiunta, addossando a Tel Aviv la piena responsabilità del boicottaggio degli sforzi di pace. Accuse respinte al mittente dal Likud, il partito di Netanyahu, che accusa gli Stati arabi di voler far cadere il governo per favorire i candidati di centrosinistra Yair Golan e Gadi Eisenkot. Nel frattempo, sul campo il bilancio si aggrava: secondo il ministero della Salute locale, dall’ottobre 2025 le forze israeliane hanno ucciso oltre 1.200 palestinesi e ne hanno feriti più di 4.100.

La pressione ora si sposta su Netanyahu, che incontrerà Kushner, il direttore del Board of Peace e l’ex premier britannico Tony Blair.

 

FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)