Obesità: patrimonio ereditario non compromette l’efficacia dell’intervento dietetico nel breve termine. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications
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Negli adulti con sovrappeso o obesità lieve, una dieta ipocalorica strutturata associata a coaching nutrizionale ha determinato una riduzione del BMI comparabile sia nei soggetti con elevata predisposizione genetica all’obesità sia in quelli con basso rischio genetico, suggerendo che il patrimonio ereditario non compromette l’efficacia dell’intervento dietetico nel breve termine. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.
Con oltre la metà della popolazione adulta mondiale destinata a essere in sovrappeso o obesa entro il 2035, comprendere perché alcune persone ingrassino più facilmente è diventato un tema centrale della ricerca.
L’obesità nasce dall’incontro tra geni e ambiente
Se alimentazione e attività fisica restano i determinanti più importanti del peso corporeo, è ormai chiaro che anche la componente genetica esercita un ruolo rilevante. Gli studi condotti su gemelli e famiglie indicano infatti che i fattori ereditari spiegano dal 23% al 90% della variabilità dell’indice di massa corporea (BMI), con un’influenza generalmente più marcata durante l’infanzia rispetto all’età adulta.
L’obesità non dipende da un singolo gene, ma dall’effetto combinato di migliaia di varianti genetiche. Integrando queste informazioni i ricercatori possono calcolare un punteggio poligenico (Polygenic Score, PS), che stima la predisposizione ereditaria individuale. Sebbene gli attuali PS per il BMI spieghino soltanto circa l’8,4% della variabilità del BMI, quindi una quota molto inferiore rispetto all’ereditabilità stimata dagli studi familiari, riescono comunque a distinguere persone con livelli di rischio molto differenti.
Un’analisi della UK Biobank, ad esempio, ha mostrato che gli individui appartenenti al 10% con i punteggi genetici più elevati presentano un rischio di obesità grave fino a 25 volte superiore rispetto al 10% con i punteggi più bassi. Restava tuttavia da capire se una predisposizione genetica elevata rende anche più difficile perdere peso attraverso la dieta.
Lo studio mette alla prova il peso della genetica
Per rispondere a questo interrogativo, i ricercatori hanno realizzato lo studio randomizzato e controllato GENEROOS, coinvolgendo partecipanti già genotipizzati nell’ambito dello studio FinnGen. Sono stati arruolati 223 adulti con un’età media di 51 anni, dei quali il 75% era costituito da donne. Tutti presentavano sovrappeso oppure obesità lieve, erano senza diabete e appartenevano agli estremi della distribuzione genetica del rischio di obesità, rientrando nel 5% con il PS più elevato oppure nel 5% con il PS più basso.
I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a un programma di coaching nutrizionale strutturato oppure a un gruppo di controllo privo di consulenza alimentare per sei mesi. L’endpoint primario era rappresentato dalla variazione del BMI.
La dieta riduce il BMI anche nei soggetti geneticamente più predisposti
All’inizio dello studio, come prevedibile, le persone con la maggiore predisposizione genetica presentavano già un BMI significativamente superiore rispetto a quelle con rischio genetico ridotto, con una differenza media di 3,0 kg/m². Dopo sei mesi di intervento, tuttavia, il programma nutrizionale ha prodotto risultati sostanzialmente sovrapponibili nei due gruppi genetici. I partecipanti che hanno ricevuto il coaching alimentare hanno ridotto il BMI di una media di 1,51 kg/m², mentre nel gruppo di controllo il BMI è rimasto pressoché invariato.
L’analisi statistica non ha evidenziato interazioni significative tra punteggio genetico e risposta alla dieta e, quindi, una predisposizione genetica elevata non ha ridotto l’efficacia dell’intervento dietetico: le persone geneticamente più a rischio hanno perso peso in misura analoga rispetto a quelle con rischio genetico più basso.
Gli autori precisano comunque che la numerosità relativamente limitata del campione non consente di escludere completamente l’esistenza di effetti genetici più modesti sulla risposta alla dieta.
L’aderenza al programma fa la differenza più del patrimonio genetico
Le analisi esplorative hanno inoltre evidenziato che i partecipanti più costanti nel registrare pasti e attività fisica tendevano a ottenere riduzioni maggiori del BMI. L’effetto osservato, tuttavia, è risultato quantitativamente contenuto, indicando che la sola aderenza alla registrazione delle abitudini spiegava soltanto una piccola parte del calo ponderale complessivo.
Parallelamente, i ricercatori hanno valutato alcuni parametri cardiometabolici. Rispetto al gruppo di controllo, i soggetti sottoposti al programma dietetico hanno ottenuto riduzioni più marcate del colesterolo totale e del colesterolo LDL, mentre i risultati relativi a trigliceridi, colesterolo HDL, glicemia ed emoglobina glicata (HbA1c) sono rimasti meno conclusivi. Anche in questo caso il rischio genetico non sembra aver influenzato in modo significativo gli effetti osservati.
I risultati confermano gran parte delle evidenze disponibili
Le conclusioni dello studio sono in linea con la maggior parte delle ricerche precedenti basate sui punteggi poligenici per il BMI, che avevano già suggerito un impatto minimo della predisposizione genetica sull’efficacia degli interventi dietetici o comportamentali per la perdita di peso.
Diverso appare invece il quadro osservato dopo la chirurgia bariatrica, dove alcuni studi hanno documentato un maggiore dimagrimento a lungo termine nei pazienti con rischio genetico inferiore. Secondo gli autori, gli importanti cambiamenti anatomici e metabolici indotti dalla chirurgia potrebbero rendere più evidente l’influenza della genetica rispetto a quanto avviene con il solo intervento dietetico.
I limiti dello studio richiedono conferme più ampie
Gli autori invitano a interpretare i risultati con cautela, poiché il campione relativamente piccolo potrebbe non aver consentito di individuare effetti genetici più sottili sulla perdita di peso. Inoltre, il follow-up limitato a sei mesi, la prevalenza di donne e l’inclusione esclusiva di adulti con sovrappeso o obesità lieve senza diabete, coinvolti in un programma digitale di coaching, ne limitano la generalizzabilità. Infine, la mancata misurazione dettagliata dell’apporto energetico non ha permesso di quantificare con precisione il contributo delle modifiche alimentari al dimagrimento osservato.
Nel complesso, in attesa di conferme da studi più ampi, questi risultati indicano che una predisposizione genetica elevata non dovrebbe scoraggiare l’avvio di un percorso nutrizionale strutturato, poiché la risposta alla dieta appare sovrapponibile a quella osservata nelle persone con un rischio genetico inferiore.
Referenze
Rodosthenous RS, et al. Dietary intervention and BMI reduction in individuals at the extremes of genetic predisposition to higher BMI: a randomized controlled trial. Nat Commun (2026).