Fabrizio Miliucci pubblica “Genitivo”. Postfazione di Sara Sermini. Collana Microliti


Fabrizio Miliucci in Genitivo, sua terza prova poetica, scorpora l’io sensoriale tramite un lavoro di destrutturazione e disgregamento tra la lingua pensata e quella semi-automatica

fabrizio miliucci

Fabrizio Miliucci in Genitivo, sua terza prova poetica, scorpora l’io sensoriale tramite un lavoro di destrutturazione e disgregamento tra la lingua pensata e quella semi-automatica, quasi fossero l’una il sembiante dell’altra, generando perciò una specie di poesia “involontaria”, ovvero poesia che si ricrea autonomamente nei punti di incontro tra volontà autoriale e quella ricercata necessità del non detto che nello svelarsi genera una catarsi, catarsi che qui prova a traumatizzare e al tempo stesso neutralizzare sulla pagina qualsivoglia codice emozionale. Procedendo così a strappi tra sistemi prosastici e cortocircuiti sintattici, volutamente in continua dissonanza tra loro, la lingua di Miliucci regala al lettore un libro conturbante, paradossalmente umanista e al contempo glaciale, giacché l’originalità di questo lavoro sta proprio in quella sua riprogrammazione sistemica di un discorso personale che prova a farsi civile sperimentando più la pratica della dissolvenza che l’edificazione di un sentimento.

Ho pensato che il senso del tuo libro potesse essere conden­sato in un verso che campeggia in alto su una pagina bian­ca, fra parentesi quadre – dunque omissive: «[questa poe­sia non si è salvata]». Registrare l’accadimento, esponendo quanto di insalvabile permane in questo mondo, brutture e brutalità comprese. Mi viene in mente una poesia di Anto­nella Anedda, tratta da Historiae, nella quale l’«insalvabile» salvato in una nube/cloud porta invece con sé una visione, forse una speranza. Da questo tuo libro sembriamo invece uscirne afflitti. Eppure, proprio l’esposizione della bruttura ci chiede un risveglio, un’ostinazione, una sollevazione, un colpo di reni per uscire da «un sistema binario uno zero sì no / l’idea che non cambia mai niente». Forse sto imma­ginando tutto questo, per non cadere nel baratro, per non sostare (o perché non so stare) troppo a lungo in una “scala di grigi”? (dalla postfazione di Sara Sermini)

Fabrizio Miliucci (Latina, 1985) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Nuove poesie (Perrone, 2010) e Saggio sulla paura (Pietre Vive, 2022).