Cosa emerge dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat, presentato oggi alla Camera dei deputati, alla presenza del presidente Sergio Mattarella
L’economia italiana cresce meno di quella degli altri grandi Paesi europei perché discrimina giovani e donne. Non solo: nel 2025 l’Italia ha toccato il record al ribasso delle nascite. Questi alcuni scatti sul Belpaese fotografati nel Rapporto annuale 2026 dell’Istat.

dell’Istituto. Dopo l’indirizzo di saluto del Presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, il Presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha esposto una sintesi del Rapporto annuale, dando il via alle celebrazioni ufficiali dell’anniversario.
Uno dei dati più rilevanti per ogni economia nazionale è quello del Prodotto interno lordo. Ebeene, l’Istati ci dice che nel 2025 il Pil reale italiano supera i livelli del 2007 di appena l’1,9 per cento. Si tratta di una performance strutturalmente inferiore a quella di Francia, Germania e Spagna che possono invece vantare una crescita dei rispettivi Pil in media di quasi il 20 per cento. A renderlo noto è l‘Istat nel Rapporto annuale 2026 presentato stamattina alla Camera dei deputati.
TRA 2014-2024 LA SPESA MEDIA DELLE FAMIGLIE DIMINUITA IN TERMINI REALI
A monte di una crescita così ridotta, il calo drastico della spesa media delle famiglie che tra il 2014 e il 2024, passa da 2.543 a 2.935 euro mensili. In termini reali, tra il 2014 e il 2024, la spesa equivalente delle famiglie è diminuita del 5,6 per cento per le famiglie del ceto medio, del 7,1 per cento per la classe abbiente e del 4,6 per cento per i ceti più bassi. A renderlo noto è l’Istat nel Rapporto annuale 2026 presentato stamattina alla Camera dei deputati.
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Le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi: la mediana è di oltre 2mila euro inferiore (29,2 contro 26,9 mila euro), se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile (7,7 contro 5,9 mila euro). A renderlo noto è l’Istat nel Rapporto annuale 2026 presentato stamattina alla Camera dei deputati.
Anche tra i lavoratori occupati nel Mezzogiorno si registrano sistematicamente retribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori del Centro-Nord. I lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5 per cento).
IL TASSO DI OCCUPAZIONE DEI GIOVANI AL 43,9%, INFERIORE A GERMANIA, FRANCIA E SPAGNA
Il tasso di occupazione dei 15-34enni in Italia è pari ad appena il 43,9 per cento e scende al 17,9 per cento tra i 15-24enni. Si tratta di valori inferiori a quelli delle altre maggiori economie dell’UE27, anche tra i giovani laureati 25-34enni (74,0 per cento rispetto al 68,5 per cento), per i quali il divario è di 14 punti rispetto ai coetanei laureati della Germania, di circa 13 punti dalla Francia e quasi 10 punti dalla Spagna. A renderlo noto è l’Istat nel Rapporto annuale 2026 presentato stamattina alla Camera dei deputati.
L’entrata nell’occupazione dei 14-34enni avviene nella maggior parte dei casi con un lavoro a termine (67,8 per cento nel 2024-2025). Gli ingressi nell’occupazione come dipendente a tempo indeterminato riguardano il 26,6 per cento dei casi. La quota dei giovani che entrano, invece, come lavoratori autonomi è di appena il 5,6 per cento.
Nel 2025, i giovani non occupati e non più inseriti in percorsi scolastici o formativi (Neet – Not in Employment, Education or Training) rappresentano il 13,3 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni (erano il 25,7 per cento nel 2015). Le giovani donne sono maggiormente esposte alla condizione di Neet: 14,9 contro l’11,8 per cento degli uomini. La percentuale di Neet è più alta tra i diplomati (15,0 per cento), mentre è più contenuta tra chi ha al massimo la licenza media (12,0 per cento) e tra i laureati (11,1 per cento).
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CALANO ANCORA NASCITE (-3,9%), FIGLI/DONNA A MINIMO STORICO (1,14)
Le nascite nel 2025 sono pari a 355 mila unità (-3,9 per cento sul 2024). La denatalità è un fenomeno di lungo corso, determinato dalla riduzione dei potenziali genitori e dalla continua diminuzione della propensione ad avere figli. Nel 2025 il numero medio di figli per donna cala nuovamente, passando da 1,18 del 2024 al minimo storico di 1,14. A renderlo noto è l’Istat nel Rapporto annuale 2026 presentato stamattina alla Camera dei deputati.
L’aumento dell’istruzione e della partecipazione femminile al mercato del lavoro contribuisce ad accrescere i costi opportunità della maternità. Nel 2024, a fronte di un valore medio generale di 1,18 figli per donna, la fecondità è pari a 1,12 tra le laureate e tra chi possiede un diploma di scuola secondaria di secondo grado, mentre le donne con titolo di licenza media hanno una fecondità più alta (1,59).
La posticipazione della genitorialità verso età più avanzate (nel 2025 l’età media al parto è di 32,7 anni) determina una crescente incidenza di nascite da madri over 40. Tuttavia, dopo questa soglia di età la probabilità di concepire naturalmente si riduce drasticamente. Le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) rappresentano sempre più una possibilità concreta di diventare genitori. Nel 2023, la PMA ha contribuito per il 3,9 per cento alla fecondità totale, un valore quasi raddoppiato nell’arco di un decennio (dal 2,1 per cento del 2013).
In un quadro demografico caratterizzato dal continuo calo del numero medio di figli e dalla posticipazione della genitorialità, le intenzioni di fecondità rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui. In Italia, nel 2024, 9,8 milioni di persone tra i 18 e 49 anni intendono avere figli in futuro (45,3 per cento a fronte del 50,7 per cento del 2003). 10,7 milioni di persone, poco meno della metà dei 18-49enni, dichiara che non intende avere figli.
Chi intende avere figli ne desidera prevalentemente due (41,7 per cento), il 7,5 per cento ne vorrebbe solo uno e il 14,4 per cento tre o più. Tra quanti non intendono avere figli, solo una piccola parte afferma che i figli non rientrano nel progetto di vita (5,5 per cento), tre su dieci hanno già quelli che desiderano (32,0 per cento), mentre la fetta più ampia (62,2 per cento, oltre 6,6 milioni di persone) ha rinunciato ad avere i figli desiderati per problematiche di varia natura.
Il calo delle intenzioni di fecondità si riflette in un aumento delle persone che, oltrepassata la soglia dei 50 anni, sono senza figli. Nel 2003 erano 2,8 milioni (12,9 per cento della popolazione di 50 anni e più); nel 2024 sono salite a 6,4 milioni (22,8 per cento).
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)
LE DONNE GUADAGNANO MENO DEGLI UOMINI IN OGNI PROFILO, IN MEDIA OLTRE 2MILA EURO