Ethel Mannin: “Sabishisa. La solitudine”. Una tormentata storia d’amore e incomunicabilità nel Giappone del dopoguerra. L’incontro impossibile tra Oriente e Occidente (Alcatraz)
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«I fiori di ciliegio sbocciano, cadono e sono dispersi dal vento – e al vento non importa nulla. Ma nessun vento può toccare i fiori del cuore». Yoshida Kenko
Negli anni Cinquanta del Giappone post-occupazione alleata, il giovane studente universitario Matsutaru Okita si invaghisce dell’affascinante pittrice inglese Vanessa Cleft, di una decina di anni più anziana di lui. È l’inizio di una tormentata storia di passione e silenzi, formalità e trasgressioni, che porterà prima Vanessa e poi il di lei marito, Jonathan Cleft, a incrociare i propri destini e le proprie vite, anche in modo tragico e inaspettato, a quelle della famiglia Okita. In questo romanzo toccante e indimenticabile, scritto nel 1961 dopo una lunga permanenza in Giappone, Ethel Mannin affronta con la sua usuale eleganza i temi dell’estraneità, dell’emancipazione, dell’incomunicabilità e dei modi differenti di vivere l’amore e la morte, e la desolazione che spesso portano con sé.
«La solitudine che questa storia racconta è una condizione relazionale, che nasce dall’incontro e dalla sua impossibilità di compiersi fino in fondo. È una solitudine attraversata da memorie, legami e presenze che non si dissolvono con la morte, ma continuano a esercitare una forza invisibile». (Francesca Scotti)
Incipit: Vanessa Cleft, assorta nel tentativo di catturare su tela la consistenza della luce sulla baia di Matsushima, con le sue innumerevoli isolette coperte di pini – così belle, così giapponesi – non si accorse dei due giovani che si avvicinavano lungo il sentiero stretto sopra la scogliera, finché non le furono proprio alle spalle. Allora si staccò dal cavalletto, si voltò e li vide – “Sembrano studenti”, pensò – uno piuttosto alto per essere giapponese, e di bell’aspetto, l’altro insignificante. Indossavano maglioni e jeans e portavano dei fagotti avvolti in fazzoletti colorati.
«Ohayo», li salutò sorridendo.
«Ohayo gozaimasu», risposero loro, più educatamente, chinando il capo. I suoi occhi erano azzurri come la baia, notò Matsutaro Okita, il più alto.
Autrice estremamente prolifica, Ethel Mannin nasce a Londra nel 1900 e nel corso della propria vita scrive più di cento libri – oltre cinquanta romanzi, innumerevoli racconti, autobiografie, diari di viaggio e saggi – senza mai preoccuparsi di seguire un determinato filone letterario, ma anzi muovendosi con notevole mestiere ed eleganza attraverso i generi. Esordisce nel 1923 e pressoché da subito si fa notare per il proprio impegno politico: è infatti sin da giovanissima un’attivista vicina a idee anarchiche e socialiste, fortemente anti-monarchica, femminista e antifascista, e queste inclinazioni non mancano di emergere, in maniera più o meno esplicita, in quasi tutto ciò che scrive. Viene a mancare nel dicembre del 1984, tenendo vivo sino all’ultimo istante lo spirito combattivo e anticonformista che l’ha sempre caratterizzata. Nella collana Bizarre, Agenzia Alcatraz ha pubblicato il suo capolavoro gotico del 1944, Lucifero e la bambina e il suo romanzo denuncia della nakba palestinese, La strada per Be’er Sheva.