Tra i pazienti con rigurgito mitralico (MR) degenerativo e concomitante patologia tricuspidale sottoposti a riparazione chirurgica della valvola mitrale, oltre nove su dieci risultano vivi e liberi da reintervento a due anni
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Tra i pazienti con rigurgito mitralico (MR) degenerativo e concomitante patologia tricuspidale sottoposti a riparazione chirurgica della valvola mitrale, oltre nove su dieci risultano vivi e liberi da reintervento o da episodi di MR severo a due anni. È quanto emerge da una nuova analisi post hoc condotta su più di 300 pazienti arruolati nel Cardiothoracic Surgical Trial Network (CTSN), studio focalizzato sulla riparazione tricuspidale contestuale alla chirurgia mitralica. L’incidenza dell’endpoint composito primario — morte, reintervento mitralico o MR severo — è stata dell’8,0% a due anni.
Secondo Annetine C. Gelijns, (Icahn School of Medicine at Mount Sinai, New York), coautrice dello studio, i dati sono stati raccolti con estrema accuratezza, con follow-up rigoroso e valutazioni ecocardiografiche centralizzate. La studiosa sottolinea come il trial, condotto in 39 centri internazionali durante la pandemia, offra una fotografia particolarmente affidabile della pratica clinica contemporanea.
Sebbene la chirurgia rappresenti oggi il trattamento di riferimento per l’MR degenerativo, la riparazione transcatetere edge-to-edge (M-TEER) sta emergendo come alternativa nei pazienti sintomatici ad alto rischio chirurgico. Studi in corso come REPAIR MR e PRIMARY chiariranno il ruolo della M-TEER nei pazienti a rischio più basso, ma i risultati attuali confermano — secondo Gelijns — la solidità e la durabilità della chirurgia.
Moritz C. Wyler von Ballmoos, (Texas Health Resources, Fort Worth), non coinvolto nello studio, evidenzia la qualità dei dati e la coerenza dei risultati tra centri diversi, sottolineando come la riparazione mitralica chirurgica si confermi una procedura altamente riproducibile.
Risultati clinici ed ecocardiografici
L’analisi, pubblicata su “JACC” e firmata come primo autore da Michael W.A. Chu, (London Health Sciences Centre, Canada), ha incluso 314 pazienti (età mediana 67,4 anni; 24,2% donne) con dati ecocardiografici disponibili a due anni. Alla dimissione, l’MR moderato era presente nell’1,0% dei pazienti e quello severo nello 0,7%.
La mortalità a 30 giorni è risultata pari all’1,0%, salendo al 3,5% a due anni. Il tasso di reintervento mitralico a due anni è stato del 2,2%, dovuto a fallimento tecnico, fibrosi o progressione della malattia. Tra i 295 pazienti vivi e senza reintervento a due anni, l’MR risultava moderato nel 9,2% e severo nell’1,4%, mentre il 2,5% presentava un gradiente medio mitralico superiore a 5 mmHg.
A due anni, l’8,9% dei pazienti aveva sviluppato fibrillazione atriale di nuova insorgenza, con quasi il 90% degli episodi verificatisi entro 30 giorni dall’intervento. La qualità di vita, misurata con il Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire, mostrava un miglioramento mediano del 20,5% rispetto al basale.
All’ analisi multivariata, una patologia del lembo anteriore o bilaterale era associata a un rischio più elevato di fallimento del trattamento rispetto al coinvolgimento del lembo posteriore (OR 2,48; IC 95% 1,09–5,68).
Interpretazione dei risultati e implicazioni cliniche
Per Alan J. Moskowitz, (Icahn School of Medicine at Mount Sinai), coautore dello studio, i risultati confermano l’attesa durabilità della riparazione mitralica. Gelijns osserva che la discrepanza con alcuni dati osservazionali — spesso più ottimistici — potrebbe riflettere un follow-up meno rigoroso nella pratica clinica, con pazienti che talvolta si rivolgono ad altri centri in caso di reintervento.
Wyler von Ballmoos definisce gli esiti “eccellenti” ed “estremamente durevoli”, sottolineando l’importanza della qualità della riparazione in pazienti con aspettativa di vita di decenni.
Parallelamente, le terapie transcatetere stanno ampliando il proprio campo di applicazione, anche in popolazioni a rischio intermedio o basso. In questo contesto, i risultati del CTSN fissano — secondo l’esperto — un “livello molto elevato” che le tecniche transcatetere dovranno raggiungere per competere con la chirurgia nella gestione dell’MR degenerativo.